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[Intervento esclusivo] I ricercatori italiani sono ridotti in miseria. Il Governo usi il Mes per finanziare la ricerca scientifica

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Il Covid-19 ha avuto molti impatti sul nostro modo di vivere, suggerendo che vi possono essere molti aspetti della nostra vita che dovremmo cambiare.

Uno di questi aspetti è stata l’attenzione per la scienza da cui l’opinione pubblica e soprattutto i politici hanno atteso risposte che spesso era impossibile dare.

La scienza non è l’oroscopo e quindi non può certo dire, se non per opinioni personali, se finirà entro l’anno la circolazione del corona virus, se avremo una seconda ondata o per quale data avremo un vaccino oppure un farmaco attivo.

Può invece certamente indicare che la mascherina, il distanziamento e le regole igieniche sono efficaci nel diminuire il contagio o può fare molte altre cose, ma solo se è messa nelle condizioni di farle. Purtroppo il nostro Paese non può vantare un grande interesse per la scienza perché anche in questa occasione ha chiesto più profezie che conoscenza.

I ricercatori italiani hanno fatto tutto il possibile, ma avrebbero potuto fare molto di più se non fossero stati ridotti in “miseria”.

Infatti questo Governo come i precedenti ha considerato la ricerca una spesa anziché un investimento per il futuro e, in condizioni di economia in crisi e di debito pubblico crescente, ha continuato a operare tagli su cifre che erano già molto basse se confrontate con gli investimenti degli altri Paesi europei.

Così il nostro supporto pubblico e privato alla ricerca è rappresentato dal 1,3 percento del prodotto interno lordo (PIL) di cui la parte privata, cioè la spesa per ricerca industriale è circa la metà.

La parte pubblica considera che la metà dei fondi per l’Università sia impiegata per ricerca mentre non è nemmeno sufficiente per il normale funzionamento.

I bandi di concorso per finanziare progetti di ricerca sono imprevedibili perché non ci sono tutti gli anni, i tempi per la valutazione sono biblici e i pagamenti non permettono una programmazione da parte degli enti di ricerca. La parte privata per ricerca non è il fanalino di coda in Europa solo perché ci salva il Portogallo.

La carenza di fondi determina anche la scarsità di personale adibito alla ricerca. Calcolando il numero di ricercatori rispetto agli abitanti abbiamo circa la metà dei ricercatori (pubblici e privati) rispetto alla media dei Paesi europei.

I giovani laureati italiani interessati alla ricerca tendono, quando possibile, a fuggire dall’Italia e a rimpolpare la ricerca dei Paesi con cui siamo in competizione.

Il problema è poi complicato dalla burocrazia: basti pensare alla difficoltà di realizzare la sperimentazione animale dati i lunghi percorsi e tempi incompatibili per qualsiasi collaborazione internazionale. La “miseria” della nostra ricerca si ripercuote sulla carenza di brevetti e sul numero di start-up rispetto alla scena internazionale. Il quadro negativo potrebbe continuare, ma vogliamo invece augurarci che la tragedia del Covid-19 ci aiuti a ripartire prestando maggior attenzione anche alla ricerca scientifica. Perciò, che fare?

I suggerimenti sono semplici. Anzitutto raccogliere i fondi di ricerca, dispersi fra i vari Ministeri collocandoli in una Agenzia Italiana per la Ricerca Scientifica (AIRS). Una struttura agile sotto la sorveglianza della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

L’AIRS dovrebbe amministrare i bandi di concorso con regolarità e prevedibilità. I Comitati dovrebbero essere eletti dai ricercatori, durare in carica solo pochi anni, con una integrazione di eminenti ricercatori stranieri. I bandi dovrebbero essere orientati prevalentemente non a singoli ricercatori, ma a gruppi multidisciplinari di ricercatori riconoscendo che i problemi si risolvono solo attraverso il lavoro collaborativo di “masse critiche”.

Naturalmente occorre aumentare le risorse. Basti pensare che per avvicinarci alla spesa per ricerca della Francia dovremmo aggiungere qualcosa come 20 miliardi all’anno. Rafforzare la ricerca pubblica significa fare da traino alla ricerca industriale e attrarre anche fondi stranieri. I fondi disponibili possono cambiare in modo graduale il nostro ruolo nella ricerca internazionale. Basti pensare quanto si può fare nella ricerca delle scienze della vita con un miliardo di euro all’anno. Sottratti cento milioni per apparecchiature ad alto costo con i rimanenti 900 milioni si possono creare 9.000 posti di lavoro che includono non solo lo stipendio, ma anche le risorse per realizzare la ricerca.

La politica deve decidere se vuole far camminare il Paese oppure se vuole rinunciare alla conoscenza scientifica che si traduce nel tempo in innovazione ed in prodotti originali ad alto valore aggiunto.

I 37 miliardi di euro messi a disposizione dall’Europa per la sanità, potrebbero rappresentare una straordinaria occasione per rafforzare in particolare la ricerca che serve al Servizio Sanitario Nazionale per continuare a essere efficace e sostenibile.

Un’attività così complessa non può operare spendendo lo 0,2 percento del Fondo Nazionale Sanitario pari a circa 115 miliardi, se si pensa che l’industria degli smart telephone spende per ricerca il 10 percento del suo fatturato. Ogni commento sarebbe inutile.

Speriamo in un futuro più roseo!

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