“Lo psicodramma della Sardegna va letto anche come uno spartiacque tra il vecchio centrodestra, quello a cui per anni e anni Berlusconi diede la sua impronta, e il nuovo destra-centro meloniano”. Lo scrive Stefano Folli su Repubblica parlando di “prove tecniche di premierato”.
“In apparenza simili – scrive – in realtà le differenze sono notevoli e destinate ad approfondirsi. Bene o male, il fondatore di Forza Italia rispettava il principio guida della coalizione: unire tra loro i partiti che volevano sentirsi alleati, lasciando a ciascuno la propria fetta di potere. Purché, beninteso, non sfidassero la sua leadership. L’attuale premier vince le elezioni e dimostra subito di aver studiato la lunga parabola di Berlusconi. È abbastanza chiaro che non vuole ripeterne gli errori. Quindi la sua idea di coalizione non è quella del centrodestra originario. Non intende farsi spingere all’angolo dai soci («non sono ricattabile» è la frase che ripete o sottintende con una frequenza persino eccessiva): e il messaggio è rivolto all’irrequieto Salvini, assai più che al mansueto Tajani.
In un certo senso – sottolinea Folli – Meloni comincia dove l’ultimo Berlusconi aveva terminato: con la volontà di superare i limiti della coalizione classica rafforzando i poteri del presidente del Consiglio e sminuendo quelli dei partner. Ora vedremo che ne sarà di questa legge quando arriverà all’esame del Parlamento. Per adesso si è capito che il testo contiene una quantità di incongruenze intollerabile per la stessa maggioranza che lo sostiene. Ma il principio del “premierato” è quello a cui Meloni non vuole rinunciare. In ciò confortata dai sondaggi che vedono un certo favore degli italiani all’idea del decisore. Si vedrà alle Camere. Ma è certo che già oggi possiamo verificare sul campo lo scenario di un premier che tenta di imporre la sua volontà agli alleati riottosi. E lo fa senza timore di tirare troppo la corda.
È quello che sta accadendo in Sardegna, il laboratorio del “premierato”. In fondo abbiamo l’occasione per vedere in anteprima come funzionerà l’Italia quando le coalizioni saranno ridimensionate. Anche se forse occorrerà tra l’altro una nuova legge elettorale. E non quella insensata prevista nella proposta di legge – conclude – ma da tutti seppellita sotto una valanga di critiche”.








