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Il Sud può diventare il fattore di rilancio del Paese

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Lo spirito di unità per una nuova coesione

La pandemia ha messo in evidenza la capacità del Paese di rimanere unito pur a fronte di una situazione emergenziale connotata da profonde diversità nei molteplici contesti. La crisi, sotto il profilo della diffusione del virus, ha raggiunto l’apice nelle zone tecnologicamente e industrialmente più avanzate del territorio nazionale. L’intensità è stata profondamente diversa da area ad area geografica e purtuttavia il Paese, intenso come Comunità degli individui, a fronte di misure restrittive disposte in modo omogeneo, ha reagito compatto.

La gente del Sud ha trepidato, mostrando ansia, apprensione, agitazione, per quel che al Nord stava accadendo e questo non solo per la preoccupazione che il contagio potesse estendersi con le medesime proporzioni, in aree peraltro meno attrezzate per farvi fronte. La paura che ha attanagliato la gente del Sud è stata più nobile, legata ai timori per quel che stava accadendo al Nord, per le sorti dell’intero Paese.  

In non pochi contesti territoriali le regole del lockdown sono state rispettate a prescindere dal fatto che le si reputasse perfettamente confacenti all’evoluzione della situazione in atto nell’àmbito di riferimento; ha piuttosto prevalso uno spirito di vicinanza verso tutti quei territori, meno fortunati, che hanno così grandemente patito – e che ancor oggi subiscono – in modo devastante la situazione di pandemia. Un’idea di reazione tutti insieme, uniti, si è fatta largo e ha conquistato meritoriamente spazio.

Questa epocale vicenda ritengo sia idonea a dar vita a una concezione nuova di coesione, basata su una dimensione della solidarietà totalmente svincolata dai risvolti economici, che poggia essenzialmente sul sentimento derivante dall’appartenenza alla stessa Comunità, nei cui valori fondanti la stragrande maggioranza degli italiani si è ritrovata.  

La crescita

Un clima dunque rinnovato e sicuramente propizio, su cui innestare processi di ristrutturazione, di ammodernamento, di investimenti infrastrutturali, che ben potrebbero partire dal Sud, quale macroarea bisognosa di recuperare l’atavico distacco rispetto ad altre aree geografiche. Un rilancio del Sud su basi nuove rispetto a come è stato normalmente impostato nei tempi passati.

Questo nuovo spirito – che per certi versi ritrova temi e contenuti di quella vitalità che si fece strada all’indomani della guerra, a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta – porta a considerare maturi i tempi per un cambio, per lo meno a 180 gradi, di approccio. Il terreno culturale, lungo il quale tradizionalmente hanno fermentato le tematiche del Sud, è adesso pronto per far prosperare una nuova mentalità: crescere tutti insieme alla stregua di un percorso che conduca a maggiore omogeneità tra le diverse parti del Paese. In modo che, le aree più avanzate avvertano non tanto il dovere, bensì l’opportunità di favorire la crescita di quelle zone che storicamente si ritrovano a dover colmare un distacco: e ciò nell’interesse di tutti e, quindi, dell’intero Paese.

La vocazione del territorio

Investimenti e crescita dovrebbero farsi carico di rispettare ed incentivare le vocazioni dei territori, dando spazio a quelle affinità che spontaneamente prendono corpo tra gli abitanti e le relative aree di insediamento. Si tratta di una prospettiva evincibile anche dalla missione Piano Sud 2030 elaborato dal Ministero per il Sud e la Coesione territoriale recante la data febbraio 2020, i cui obiettivi (giovani, connessione e inclusione, innovazione, svolta ecologica, apertura verso il Mediterraneo) ben si intersecano con quanto sostenuto in questo scritto.  

Pensando al Sud, viene in mente il fattore climatico-ambientale con tutta l’incidenza che esso ha sulla produzione agroalimentare; una produzione agevolata da una non comune fertilità delle terre. Se a questo si aggiunge la sensibilità che, a livello generalizzato (con elevati e meritori picchi nelle società nordeuropea e statunitense), sempre più viene maturando verso la qualità e la genuinità dei prodotti, per il rispetto di fondamentali valori etici nel corso dell’intero processo produttivo, per il tracciamento dell’intera filiera, ecco che il Sud potrebbe candidarsi per divenire un laboratorio all’avanguardia in vista di una produzione all’insegna di nuovi modelli ispirati al benessere e alla tutela della salute dei consumatori.

Ancora, il fattore climatico-ambientale viene in considerazione con riguardo allo sviluppo delle energie rinnovabili, su cui il Sud ben potrebbe indirizzare la ricerca e lo sviluppo.  Il tutto secondo canoni di sostenibilità – anche, ma non solo, ambientale – nonché nella prospettiva di quel Green Deal europeo posto al primo punto dell’ambiziosa visione dell’Europa proposta da Ursula von der Leyen.

Una scelta al tempo stesso preliminare e fondamentale, da compiere al più presto, concerne le fonti energetiche su cui investire, all’uopo stabilendo altresì la misura di detto investimento. Una scelta strategica e di scenario, come emerso in un confronto con Stefano Laporta, da assumere in linea con gli strumenti ed i piani già adottati, in primis con gli obiettivi del PNIEC, strumento in relazione al quale ISPRA ha elaborato una analisi di scenario che, partendo dalla situazione di oggi e dagli obiettivi fissati, ha indicato quali fonti energetiche debbano essere incrementate e di quanto al fine di conseguire i risultati individuati.

Occorre riflettere sulle procedure autorizzative, affinché siano affidate alla minor discrezionalità possibile e, soprattutto, portate a compimento – nel senso della concessione ovvero del diniego, nel caso di difformità – in un lasso temporale ragionevole, alla luce di una normativa di settore facilmente intellegibile; non possono essere invero obliterate le esigenze della programmazione aziendale – e, dunque, l’esigenza di fornire certezze – in relazione alla quale il fattore tempo assume rilevanza fondamentale. Al riguardo potrebbe rivelarsi importante lavorare sull’elaborazione dei criteri – ispirati a precipui e fondamentali interessi da preservare, quali la salvaguardia del paesaggio, dei siti di interesse storico – in base ai quali concedere ovvero negare l’autorizzazione per poi procedere, sulla scorta di questi criteri, a una mappatura delle aree in modo da conoscere preventivamente i luoghi in cui è possibile installare impianti.

Vi è poi il mare con tutte le opportunità che esso può fornire. Giuseppe Coco, Amedeo Lepore e Greta Tellarini, in questo come in altri contesti, hanno messo in luce un istituto di enorme rilevanza, quello delle zone economiche speciali (c.d. ZES), le quali meritano – il che è nell’intendimento del Governo in questa particolare contingenza – di essere valorizzate e, per certi versi, ripensate nelle loro modalità operative. Esse, tra gli altri obiettivi di cui sono accreditate, possono condurre a fare dei porti del Sud importanti hub della logistica, giusta una nuova visione – di cui non pare ci si sia ancora impadroniti a livello europeo – del ruolo del Mediterraneo. Il Sud può candidarsi, come ha posto in luce Claudio De Vincenti e come emerge dal Piano Sud 2030, a divenire un ponte solido verso l’Europa in relazione a una nuova gamma di rapporti economico internazionali, che sappiano valorizzare tutto quelle potenzialità che l’Africa, la via della Seta, sono in grado esprimere. Un approccio, questo, che può trovare ulteriori interessanti sbocchi allargando la prospettiva al di là dell’Adriatico verso l’Est.

Il bel mare del Sud significa anche turismo. Si tratta di implementare le strutture recettive all’insegna del rispetto del territorio, di migliorare la viabilità anche ai fini di rendere agevoli gli spostamenti, di ideare nuovi percorsi attraverso la creazione  di una rete tra moduli ricettivi, articolata alla stregua di molteplici parametri suscettibili di intersecarsi variamente (livello qualitativo della struttura, facilità degli spostamenti, itinerari artistico culturali omogenei, percorsi legati alla valorizzazione delle tradizioni e dell’enogastronomia); occorre incrementare la promozione all’estero di aree misconosciute, ma di rara bellezza.

Anche lo sviluppo del turismo deve sapersi coniugare con un’idea di sostenibilità, senza tuttavia che detta idea sia alimentata in partenza da inutili preconcetti. La necessità di ammodernare le strutture recettive, così come di procedere alla costruzione di nuovi plessi, per rendere ancor più appetibili le bellezze dei territori, dovrebbe essere ispirata a un preciso canone: rispetto, armonia e integrazione, in primo luogo sotto il profilo delle qualità architettoniche, con lo scenario naturale di riferimento. Si potrebbe pensare alla nomina di una commissione di esperti di altissima professionalità (il primo nome a venire in mente è Renzo Piano, ma tanti altri se ne potrebbero aggiungere) cui chiedere un impegno istituzionale, di valutazione dei progetti nell’interesse del Paese.   

Nell’attesa che il turismo mondiale torni a movimentare i numeri del passato, si sta creando uno iato temporale che potrebbe consentire di porre mano a una progettualità che sappia guardare avanti alla stregua di una prospettiva che denoti visione di ampio respiro.

L’integrazione con il sistema Paese

Sono quelli enunciati solo alcuni dei settori che, nella indicata prospettiva di conformità alla vocazione dei territori, potrebbero essere valorizzati. Tutto questo andrebbe coordinato con la propensione e lo sviluppo della rimanente parte del Paese, creando spazi affinché quel che viene promosso al Sud possa trovare supporto, ad esempio sotto il profilo della produzione di beni e di componenti, nonché dell’offerta di servizi, nelle attività esercitate in altre parti d’Italia. I dati SVIMEZ, così come riportati dal Piano Sud 2030, confortano questa visione in quanto danno atto che ogni Euro investito in infrastrutture al Sud attiva 0,4 Euro in termini di domanda di beni e di servizi al Centro-Nord.

In questo senso occorrerebbe dar vita a collegamenti tra imprese che sappiano lavorare intorno allo sviluppo di idee in modo combinato. Un livello ancor più avanzato ben potrebbe consistere nella creazione di veri e propri partenariati: darebbero il senso di una compartecipazione al rilancio di un territorio nella prospettiva del raggiungimento dell’anelata coesione.

Nel percorso delineato gli organismi istituzionali che, a plurimi livelli, si occupano di favorire lo sviluppo economico sarebbero chiamati ad assumere compiti di ideazione e di progettazione, di coordinamento, di messa in contatto, di creazione di opportunità. Le entità rappresentative degli interessi alla base dell’esercizio delle attività economiche, unitamente al settore pubblico funzionalmente deputato a favorire processi di sviluppo, acquisirebbero, in una fase che non può non ambire a definirsi di rilancio, un essenziale ruolo propulsivo.

La lotta alla criminalità

Lo spirito di partecipazione di cui parlavo in apertura – e che ben potrebbe fungere da collante di tutte le iniziative di rilancio – rischia di andare incontro a un senso di frustrazione – ciò di cui ognuno è ben consapevole – in ragione dell’azione della criminalità organizzata la quale, come ben noto, in modo pervasivo da troppo tempo irrora con proventi illeciti le attività economiche dislocate in ogni parte del territorio. La lotta alla criminalità, perché possa darsi effettivamente vita a un processo virtuoso di ripresa, deve essere proseguita secondo una linea di crescente intensificazione.

Quello spirito di partecipazione che in questo periodo ci ha fatto sentire uniti può costituire il seme perché germogli una nuova mentalità, che sappia in modo esteso esprimersi seccamente e sdegnatamente, senza paure né reticolati derivanti da deprecabili interessi, contro i fenomeni criminali. Vi deve essere piena consapevolezza che lo Stato apparato, per quante energie possa profondere nel combattere detti fenomeni, non riuscirà a raggiungere appieno i propri obiettivi se non potrà contare su un aperto atteggiamento di condanna, con ogni conseguente presa di distanza, da parte di larghissimi e crescenti strati della popolazione.

I costi dei nefasti effetti della criminalità, sopportati dalla collettività negli ultimi decenni, non sono più sostenibili; e ciò non solo sotto il profilo economico ma anche – e, per certi versi, prima ancora – sotto quello etico e della dignità delle persone.

È senza alcun dubbio illusorio pensare di sconfiggere definitivamente la criminalità organizzata, anelando all’estinzione dei relativi fenomeni; ma si può lavorare su un preciso obiettivo, che può rivelarsi nell’attuale contesto a portata di mano: il passaggio da una patologia a una fisiologia di detti fenomeni. Anche nella realizzazione di un siffatto obiettivo si può e si deve partire dal Sud.

Tutti coloro i quali ricoprono funzioni pubbliche saranno chiamati ad assumere un ruolo fondamentale; su di essi, mai come oggi, peserà un’aspettativa dell’intero Paese al corretto e all’efficiente operare della Pubblica Amministrazione. Anche su questo versante, il mutato clima all’esito della pandemia potrebbe condurre a riscoprire una sempre maggiore consapevolezza del reale significato della funzione ricoperta, intrisa di doveri e di responsabilità nell’interesse dell’intera Collettività degli individui. E chissà che tutto ciò non dia luogo a un piacevole senso di soddisfazione, a forme inusitate di vera e propria gratificazione, derivante dal sentirsi utili, senza contropartite o infingimenti, a tutti gli altri, all’intero Paese e, quindi, in definitiva anche a se stessi.      

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