L’arresto di Messina Denaro, viene definita dall’editorialista del Messaggero Mario Ajello “il successo di un paese che funziona”, una “riprova di patriottismo dei fatti e non di patriottismo retorico. La dignità internazionale dell’Italia e la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, ovvero i due fattori che fanno forte un Paese, trovano nella cattura del boss una spinta che proietta l’Italia in prima fila tra le nazioni degne di protagonismo nel mondo nuovo della post-pandemia, della ricostruzione e della ridefinizione degli equilibri nella competizione virtuosa sullo scacchiere europeo e in quello più generale”.
“E’ un incoraggiamento, ciò che è accaduto a Palermo-Italia – sottolinea Ajello – rivolto all’interno e all’esterno a credere nel nostro sistema e a liberarci dal cliché – come tutti i cliché non privo di una parte di verità – di luogo insicuro e inquinato dalle mafie. L’evento che si è appena verificato è uno di quelli che vanno oltre il fatto in sé e ha un riflesso benefico sui destini di un’intera comunità, ci rafforza e si proietta su tutto. Perché anche gli scettici osserva l’editorialista – hanno avuto la conferma, guardando le immagini quasi normali – a dispetto di un Paese abituato all’ eccezionalità: l’arresto di Brusca pareva un film pirotecnico modello Narcos – dell’uomo con lo zuccotto che nella casa di cura viene portato via dai carabinieri del Ros, che lo Stato sia pure con tutti i suoi limiti e i suoi ritardi funziona e che vale la pena credere nell’Italia quando fa l’Italia”.
Marco Ajello: “Basta con la retorica del pianto”
“Invece di attardarsi in sterili e insignificanti atteggiamenti anti-politici per cui tutto, in una logica demagogica e auto-penalizzante, va male non può che andare così. Il che non è vero affatto, e quando c’è una possibilità di ottimismo, com’è questa, va non solo colta pienamente ma anche valorizzata in tutta la sua importanza che travalica la stretta cronaca e va a incidere nel cuore della politica e dello sviluppo economico italiano. Questo per dire quanto, lungo il tempo anche molto lungo, tra rese ed errori, eroismi e tradimenti, stop and go, incapacità e professionalità, grazie all’azione dello stato e alla ribellione delle persone, il potere della mafia e la sua accettazione sociale siano stati, se non debellati, ridotti. E il successo di queste ore è il frutto di tutto ciò”.
Attilio Bolzoni: “Cosa Nostra non ha più una Cupola”
“Con Matteo Messina Denaro è finita la stagione delle bombe e degli attentati, della mafia che si traveste di terrorismo, della mafia che quasi non riconosce più sé stessa quando guarda i suoi capi”. Lo scrive Attilio Bolzoni su Domani: “Totò Riina, che non c’è più dal 17 novembre del 2017. Bernardo Provenzano, che se n’è andato il 13 luglio del 2016. Leoluca Bagarella che è stato arrestato il 24 giugno 1995, uno che faceva tremare la terra e si è ridotto a prendere «a muzzicuna», a morsi, come un quaraquaquà qualunque, l’agente di polizia penitenziaria che lo accompagna ogni mattina all’ora d’aria. E poi gli altri due, i fratelli, Giuseppe e Filippo Graviano, in carcere dal gennaio 1994, che si avvitano ormai penosamente a lanciare messaggi doppi e tripli a Silvio Berlusconi, soldi dati e soldi e mai restituiti, patti non rispettati, accordi di un passato lontano ai quali nessuno crede o probabilmente nessuno vuole credere. Sono finiti tutti questi mafiosi che volevano comandare anche sulla politica. Restava ormai soltanto lui, trapanese di Castelvetrano. L’operazione del Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri – sottolinea Bolzoni – è certamente di grande valore (scopriremo dettagli e retroscena nelle prossime ore e nei prossimi giorni) ma adesso comincia la vera sfida. Chiusa con la capitolazione di Matteo Messina Denaro l’èra dei Corleonesi che è durata pressappoco quattro decenni (una parentesi spaventosa ma relativamente breve nella secolare storia della mafia siciliana), ora sta arrivando il momento della verità su come lo stato vuole contrapporsi alle grandi organizzazioni criminali. Non ci sono più capi di spessore elevato, Cosa nostra siciliana più che alla ricerca di una guida è alla ricerca di sé stessa. Non ha più una cupola, un governo. Non ha più un piano a lungo termine, non ha, almeno per ora, un “progetto politico“. Si sta accontentando di resistere. La cattura di Matteo Messina Denaro – conclude – è già passato, ma la mafia verosimilmente già vede il suo futuro oltre i nomi che noi oggi conosciamo”.
Carlo Bonini: “La vittoria delle forze dell’ordine”
L’immagine di Matteo Messina Denaro in manette “certifica che l’invulnerabilità non è degli uomini, a maggior ragione se di ‘onore’, e dunque confuta e incrina il presupposto necessario dell’egemonia mafiosa: la sua impunità di fronte alla forza dello Stato, delle sue istituzioni, dei suoi servitori (quelli noti e quelli ignoti)”. Lo scrive Carlo Bonini su Repubblica osservando però “tuttavia, le buone notizie finiscono qui. Basterebbe del resto anche solo ricordare che Matteo Messina Denaro è cresciuto sui terreni della famiglia trapanese degli Staiti D’Alì e che nella loro banca siciliana (coinvolta in indagini di mafia per riciclaggio) avrebbe lavorato suo fratello Salvatore. Che Antonio D’Alì, senatore di Forza Italia fu voluto da Berlusconi sottosegretario all’Interno. Che il boss è stato ed è capo mandamento di una città — Trapani — in cui Cosa Nostra ha costruito la sua crescita finanziaria e dove, nel tempo, si sono contate 16 logge massoniche”.
Bonini si chiede se l’arresto di Messina Denaro non sia un’ottima occasione per “resettare – conclude – lo spirito di vendetta con cui, in questi primi tre mesi, i falchi di Forza Italia e Lega si sono avventati sulla magistratura italiana, sui suoi strumenti di indagine e su una materia delicatissima come il processo penale e le riforme che merita”.
L’ex procuratore Caselli: “Il lato oscuro ancora da colpire”
L’ex procuratore capo di Palermo Giancarlo Caselli sulla Stampa commenta l’arresto di Matteo Messina Denaro sottolineando che, malgrado “abbia subito molti durissimi colpi non si deve dimenticare (mai!) che essa è anche e soprattutto un’organizzazione criminale strutturata, non una ‘semplice’ emergenza. Va affrontata e colpita appunto come organizzazione, oltre che nelle singole componenti individuali. Va colpito inoltre il lato oscuro del pianeta mafia, le ‘relazioni esterne’, quell’intreccio di coperture, complicità e collusioni che sono la spina dorsale del potere mafioso. E qui è d’obbligo – scrive l’ex magistrato – rivolgersi alla politica (tutta, senza distinzioni di casacca) per chiederle di essere meno assente: la mafia deve stare ai primi posti dell’agenda della politica che invece troppo spesso non lo fa. Tanto più che la mafia è un camaleonte che cambia pelle di continuo per adattarsi alle diverse circostanze in cui deve operare. La nuova mafia agisce su livelli più sofisticati rispetto al passato, ma le piste da seguire (come intuì per primo Falcone) sono sempre più legate al denaro, ai suoi possibili percorsi e impieghi. Si conferma il passaggio delle mafie dalla strada alle stanze ovattate dei consigli di amministrazione e delle grandi centrali finanziarie. Ecco perché si richiede alla politica una speciale e costante attenzione. Anche sul piano della cooperazione internazionale. Per il fatto che, a dispetto dell’internazionalizzazione e globalizzazione del crimine organizzato, persiste un carattere ancora prevalentemente nazionale delle normative penali a base dell’azione di contrasto. E ciò non agevola, anzi inceppa l’efficacia degli interventi. Per fortuna ci sono novità che consentono di dire che la necessaria rivoluzione copernicana di un ‘linguaggio comune’ nella lotta contro il crimine organizzato – conclude – è ancora lontana ma sta facendo (almeno in Europa) i primi passi”.
Marco Travaglio: “la politica fermi la guerra alle intercettazioni”“La cattura di Matteo Messina Denaro è un’ottima notizia, anche se ce ne ricorda una pessima: i 30 anni di latitanza, con le complicità istituzionali che possiamo immaginare”. Così Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano ricorda che “nei prossimi mesi, quando, dalle sue risposte ai pm e dalle politiche del governo su 41-bis ed ergastolo ostativo, si capirà se la sua cattura è stata preceduta da trattative con chi ha più interesse al suo silenzio: i referenti istituzionali. La profezia di Baiardo, legatissimo ai Graviano, nell’intervista a Giletti di due mesi fa somiglia a un avviso ai naviganti, interno ed esterno a Cosa Nostra. Del tipo: ‘Non pensate di farvi belli con l’ennesimo arresto eccellente e dimenticare in galera chi, come i Graviano, è lì sepolto da 30 anni’”. Ora il rischio peggiore è il relax perché, preso ‘l’ultimo boss’, ‘la mafia è sconfitta’ e ‘la guerra è finita’. In realtà – sottolinea Travaglio -l’ultimo boss è sempre il penultimo: a quell’età e in quelle condizioni (con un arresto sempre più probabile), ogni capomafia si premunisce per tempo nominando il successore e passando tutte le consegne per garantire continuità all’organizzazione. Ma quel clima di irresponsabile rilassamento lo sta già alimentando il ministro della Giustizia Nordio, dichiarando guerra alle intercettazioni perché ‘costano troppo’ e perché ‘un mafioso vero non parla al telefono, né al cellulare perché sa che dentro c’è un trojan, non parla neanche in aperta campagna perché sa che ci sono i direzionali’. Ma non ha fatto in tempo: ieri gli inquirenti hanno spiegato che Messina Denaro è stato preso grazie alle intercetta zioni di una miriade di parenti e fiancheggiatori del boss. Evidentemente i “mafiosi veri” non danno ascolto a Nordio e continuano a telefonarsi e a parlarsi. O magari non sono ‘mafiosi veri’”.








