“Quello che accade oggi a New York è ciò che accadrà a noi in futuro”, recita un vecchio adagio.
Se è vero, scrive su Italia Oggi Alessandra Ricciardi, allora il futuro della politica occidentale potrebbe aver preso forma ieri, con la vittoria di Zohran Mamdani a sindaco di New York.
Definita dal senatore Bernie Sanders come “uno dei più grandi sconvolgimenti politici della storia moderna americana”, l’elezione di Mamdani rappresenta un cambio di paradigma che va ben oltre i confini della Grande Mela.
Con il 50,39% dei voti (oltre un milione di preferenze), il 34enne di origini sud-asiatiche ha battuto l’ex governatore Andrew Cuomo, fermo al 41,59%, e il repubblicano Curtis Sliwa, inchiodato sotto la soglia del 10%.
Ma più che i numeri, colpisce il profilo del vincitore: primo sindaco musulmano e socialista della città, il più giovane da oltre un secolo, figlio di madre indiana e padre ugandese, lui stesso nato in Uganda.
Mamdani ha vinto, nella città simbolo del capitalismo, con un programma radicale: tasse più alte per i ricchi, trasporti pubblici gratuiti, supermercati comunali.
Idee che fino a pochi anni fa sarebbero state bollate come antiamericane, ma che oggi trovano terreno fertile in una metropoli dove i bianchi non ispanici rappresentano solo un terzo della popolazione: meno di tre milioni di abitanti su nove milioni. Una minoranza.
Naturalmente, a favorire la svolta progressista ha contribuito anche la debolezza degli avversari.
Cuomo ha pagato l’immagine di politico d’apparato, mentre i repubblicani si sono presentati spaccati.
Il presidente Donald Trump ha attribuito la sconfitta del suo partito “allo shutdown e al fatto che Trump non fosse sulla scheda elettorale”.
E non ha perso occasione per agitare lo spettro del “comunismo”, usando la vittoria di Mamdani come monito per il resto del Paese.
Ma la vittoria di Mamdani non è un incidente della storia: è il riflesso delle profonde trasformazioni provocate dal fenomeno migratorio, dalla crescita delle disuguaglianze e dalla crisi del sogno meritocratico.
Trasformazioni che ora sono arrivate ai piani alti della politica.
Se New York è davvero laboratorio del futuro, allora l’America – e forse anche l’Europa – dovranno abituarsi a una società, e dunque a una politica, più eterogenea e più radicale.








