“Donald il Conquistador – commenta Flavia Perina su La Stampa – si rivela troppo anche per Giorgia Meloni, che ha controfirmato una nota europea insolitamente dura a difesa della sovranità danese sulla Groenlandia e del diritto all’autodeterminazione dei suoi abitanti.
È uno strappo significativo per la destra italiana, storicamente incline a sostenere l’interventismo militare americano e le sue giustificazioni ideologiche: dalla lotta al comunismo alla guerra al terrorismo e alla droga.
Ma nel caso della Groenlandia nessuna di queste ragioni è spendibile.
Non c’è una minaccia, non c’è un regime ostile, non c’è un’emergenza da brandire.
Le recenti esternazioni di Trump hanno anzi demolito anche il racconto edificante costruito dalla sua amministrazione su altri fronti, come il Venezuela, dove il presidente ha esplicitato l’interesse per le risorse petrolifere e ha di fatto legittimato la continuità del potere di Maduro.
Il rilancio delle ambizioni statunitensi sul quadrante danese ha completato il quadro.
Anche chi, nella destra italiana, era disposto a giustificare in nome di antiche sintonie, si è trovato senza argomenti.
Non si tratta di un semplice cortocircuito politico: molti speravano che le minacce di annessioni e occupazioni fossero solo retorica per la base Maga.
Ora appare chiaro che non è così.
Persino l’ipotesi più “soft”, sottrarre la Groenlandia a Copenaghen favorendo pulsioni separatiste locali, configura un’ingerenza troppo grave per essere minimizzata.
Meloni ne ha tratto le conseguenze, esponendosi alle accuse di incoerenza.
Potrebbe essere un episodio isolato, seguito da rassicurazioni sui rapporti con Washington.
Resta però un fatto: l’Europa ha espresso una posizione netta e l’Italia l’ha condivisa.
Non era affatto scontato.”








