Basterebbe il fatto che stiamo celebrando i suoi dieci anni al Quirinale, commenta sul Corriere della Sera Antonio Polito, per dire che cosa rappresenta Sergio Mattarella nella storia repubblicana.
Il mandato finora più longevo, la seconda volta che un capo dello Stato viene rieletto dopo l’«eccezione» di Napolitano, e il consenso pressoché unanime di cui tuttora gode, hanno in qualche modo istituzionalizzato la centralità della Presidenza nel nostro sistema politico.
Che dietro le quinte c’è sempre stata, ma oggi è anche accettata, benvenuta e perfino invocata. Il Quirinale ha assunto infatti un ruolo di equilibratore e di moderatore dei sussulti della Seconda Repubblica e delle stravaganze dei suoi partiti.
Un abito che sembra tagliato su misura per questo siciliano che parla a bassa voce, ascolta, comprende e tollera, ma quando lo ritiene necessario interviene eccome, mostrando un’anima fatta di fil di ferro che non gli consente di transigere sui principi.
Laddove Napolitano ricorreva all’energico strattone, Mattarella preferisce la spinta gentile. Ma la continuità di queste due presidenze, pur nel diverso stile, e la nobiltà di quella di Ciampi che le ha precedute, hanno conservato all’Italia affidabilità e rispetto internazionali in momenti molto difficili e pericolosi, dalla crisi del debito a quella del Covid.
Mattarella è stato il timone moderato del sistema nel pieno della tempesta populista, gestendo creativamente ma impeccabilmente le ondate elettorali grillina prima e leghista poi.
La funzione moderatrice svolta dal Quirinale in questi dieci anni è stata tale che potrebbe perfino spiegare l’assenza di un polo moderato nella politica italiana: in fin dei conti Mattarella è la garanzia, una fidejussione sulla collocazione internazionale e la solidità delle istituzioni italiane, e gli elettori devono aver pensato che si possono anche consentire qualche avventura, tanto poi ci pensa lui a rimediare.








