Alleati riluttanti e governo forte.
Antonio Polito sul Corriere della Sera analizza l’apparente paradosso parlando della “sensazione che perfino il primo governo dotato di una maggioranza elettorale da un decennio a questa parte non potrà viaggiare come un treno ad alta velocità, ma sarà costretto a fare i conti con la realtà della politica italiana, un infinito braccio di ferro aspettando le prossime elezioni.
Al cuore delle differenze tra i partiti che compongono la maggioranza c’è una questione politico-culturale non da poco.
La destra di Giorgia Meloni – scrive l’editorialista – viene da una tradizione che privilegia il potere pubblico sull’autonomia della società civile, più autoritaria che liberale, e dunque allo stesso tempo più dotata di senso dello Stato ma anche più dipendente dallo statalismo.
Mentre in quel mondo, soprattutto settentrionale, è più centrale l’individuo, il privato, con le sue libertà e anche con le sue licenze.
Il problema che ne deriva è però finora più mediatico che politico.
Giorgia Meloni gode infatti, per una serie di fortunate circostanze, di una condizione che nemmeno il Berlusconi dei tempi d’oro aveva: un implicito potere di scioglimento delle Camere.
Non c’è infatti in questo Parlamento nessuna maggioranza alternativa possibile al suo governo.
Il potere che si concentra a Palazzo Chigi – osserva Polito – è dunque grande, ma non grandissimo, in ogni caso non paragonabile a quello che esercita Downing Street o la Cancelleria tedesca.
Il che da un lato deve rassicurare tutti coloro che temono, o denunciano, una svolta autoritaria o addirittura anticostituzionale: abbiamo un sistema di pesi e contrappesi che la impedirebbe.
Ma dall’altra parte ci deve far interrogare anche oggi, anche dopo una vittoria elettorale così netta, sull’opportunità di una riforma dei poteri del governo, e dunque anche sulla riforma dei poteri del Parlamento.
Perché che sia presidenzialismo, premierato o cancellierato, un nuovo assetto richiederebbe in ogni caso un Parlamento più forte.
Il cui potere non consista come oggi nella possibilità di rallentare l’azione dell’esecutivo, ma piuttosto – conclude – nel controllarlo e sanzionarlo quando travalica le sue prerogative”.








