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Il nanismo imprenditoriale italiano: un ostacolo alla crescita e alla competitività | L’analisi di Luigi Balestra

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L’intervento del Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco al Club Ambrosetti, pubblicato dall’Osservatorio alcuni giorni or sono, ben può definirsi un’analisi in chiaroscuro dello scenario economico, con ogni evidente ripercussione sul piano sociale. Si evidenziano criticità del sistema Paese note; al contempo, vengono posti in luce alcuni aspetti sui quali fondare, e per certi versi costruire, una cauta fiducia.

Da un lato, le incertezze legate alla guerra in Ucraina, nonché alla pandemia, i cui effetti dirompenti sono ancora significativi in contesti come la Cina, al (conseguente) rallentamento della crescita del PIL, alla volatilità dell’inflazione, a cui fa da sfondo un’intrinseca debolezza del reddito di cui le famiglie possono disporre in termini reali. Dall’altro, un’attenuazione dei problemi di approvvigionamento delle materie prime, un aumento del numero dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato.

La calzante immagine utilizzata dal Governatore a proposito delle quotazioni del gas («sembra di stare sulle montagne russe») evoca, a livello generale, una palpabile incertezza, la quale rende sempre più difficile fare previsioni sul piano macroeconomico; il corollario: un freno ai programmi di investimento sia da parte delle famiglie sia da parte delle imprese.

Accanto a una prudente politica monetaria che prosegua nel solco tracciato dal Consiglio direttivo della BCE, il Governatore – il quale qualche giorno fa, in occasione del Congresso degli operatori dei mercati finanziari organizzato a Milano, ha comunque messo in guardia dalla spirale di un eccessivo rialzo dei tassi – ha indugiato altresì sulla necessità di una politica di rigoroso contenimento del debito pubblico – tema che, come ben noto, agita lo scenario ormai da troppo tempo –, la cui vistosa crescita in occasione della pandemia sta registrando comunque un’inversione di tendenza.

In uno scenario del genere descritto, sia pure in modo molto succinto, si rivela cruciale il ruolo delle imprese e, correlativamente, degli investimenti, ancor più in ragione delle grandi opportunità che il PNRR offre al riguardo. E qui veniamo a uno snodo cruciale: la struttura del sistema imprenditoriale italiano nel cui àmbito, ancorché non manchino significative eccellenze in grado di competere senza remore sui mercati internazionali, si registra un numero eccessivamente penalizzante di piccole e medie imprese rispetto a quel che accade in altri Paesi (Francia e Germania in primis).

Orbene, la piccola/media impresa è, proprio in ragione delle dimensioni, sovente carente in termini di strutturazione aziendale e di organizzazione dei processi decisionali, refrattaria – tenuto conto dei margini sovente risicati – rispetto agli investimenti; al contempo, maggiormente propensa all’elusione del coacervo di norme che regolamentano l’attività d’impresa, le cui prescrizioni, già asfissianti ex se, lo divengono ancor più per chi non possegga un’organizzazione adeguata al fine di farvi fronte. Basti pensare, solo per fare un esempio, alle difficoltà a cui numerosissime imprese (operanti in forma societaria o collettiva) andranno incontro, proprio a causa delle ridotte dimensioni, nell’assolvimento dell’obbligo di approntare assetti organizzativi, amministrativi e contabili adeguati, anche al fine di favorire l’emersione tempestiva della crisi, così come imposto dalla recente riforma della disciplina della crisi dell’impresa e dell’insolvenza.

La piccola/media impresa è dunque per sua intima essenza debole se riguardata e collocata nel mercato della competizione con il quale l’Italia è più che mai chiamata a confrontarsi.

Quel che possiamo vantare orgogliosamente, rispetto alla carenza di materie prime e di risorse naturali, è il made in Italy. Esso si sostanzia in una straordinaria capacità creativa, la quale trova un elemento di forza nella tradizione e in una professionalità consolidatasi nel tempo, che sospinge alcuni comparti – come quello della meccanica, del food, dell’automotive, della moda, del packaging, della chimica e della farmaceutica, solo per fare alcuni esempi – su un piano di assoluta eccellenza. È però evidente che l’assenza di robustezza aziendale reca con sé il rischio che le tante potenzialità vantate dal Paese rimangano inespresse, di talché agevolando un fenomeno debordante – ed è nell’aggettivo che detto fenomeno disvela la sua pericolosità – di acquisizioni da parte di imprese straniere.

Ecco, dunque, uno degli obiettivi fondamentali di cui l’Esecutivo – e, segnatamente, il MIMIT – è chiamato a farsi carico. Promuovere strategie di intervento che si facciano portatrici di un sostanziale irrobustimento del sistema imprenditoriale, favorendo – attraverso meccanismi di varia natura, ma che non possono comunque prescindere da misure di carattere incentivante e promozionale – processi di sviluppo e di potenziamento nell’àmbito dei quali dar vita anche ad ipotesi di partnership, nonché di partecipazione ad obiettivi comuni, sino all’agevolazione della realizzazione di forme di aggregazione.

La valorizzazione delle piccole e medie imprese italiane passa, tra le altre cose, da itinerari di c.d. «messa in rete», che sappiano dar vita ad attività capaci di esprimere comunanza di intenti e condivisione di interessi, nella consapevolezza che in tal modo possono aumentare non solo le economie di scala, ma anche la capacità impattante e la competitività sui mercati.

Un siffatto (innovativo) approccio, ancorché di fondamentale importanza, non basta, occorrendo far fronte ad altri temi di rilievo. Tra di essi certamente scottante è quello rappresentato dal passaggio generazionale, in relazione al quale troppi imprenditori ancor oggi mancano di adeguata sensibilità. La solidità delle imprese familiari italiane, di cui ha dato conto l’Osservatorio qualche giorno fa, non deve infatti oscurare quello che rappresenta uno passaggio delicatissimo sotto il profilo della vitalità e, talvolta, persino della sopravvivenza delle imprese.

La necessità di individuare tempestivamente – e, quindi, quando colui che incarna il ruolo di imprenditore di riferimento è ancora in piena attività – il successore, scongiurando ipotesi di frammentazione della gestione aziendale per effetto della caduta in eredità, è oggi più che mai imprescindibile ai fini della preservazione dei valori aziendali. Né è scritto da nessuna parte che chi è chiamato a subentrare – fermo restando il rispetto di quel che, in ragione della successione a causa di morte, spetta ai parenti prossimi – debba essere necessariamente un familiare. Questo perché non è detto che all’interno della famiglia si rinvengano necessariamente figure disponibili, qualificate e capaci.

Governare per tempo il subentro al timone aziendale, oltre che basilare per la stessa sopravvivenza dell’impresa, può peraltro offrire l’occasione per una riflessione idonea ad approdare verso forme virtuose di riorganizzazione aziendale e di apertura all’esterno in grado di favorire processi di crescita e di sviluppo.

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