Nel Medio Oriente sarà vera pace solo quando sarà affrontata la questione palestinese: così il Patriarca latino di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, 60 anni, intervistato da Francesca Caferri per La Repubblica del 25 giugno, giorno del cessate il fuoco fra Israele e l’Iran.
Cardinale Pizzaballa, lei conosce molto bene questa zona di mondo: vive a Gerusalemme dal 1990, è stato Custode di Terra Santa, oggi è la guida spirituale dei cattolici della regione e si confronta spesso con i leader politici israeliani, palestinesi e non solo. Crede che questo cessate il fuoco possa essere un primo passo per la pace?
«Pace è una parola impegnativa. Il cessate il fuoco è importante perché evita che le tensioni si espandano a tutta la regione, ma la pace richiederà tempi lunghi e sarà molto difficile. E comunque ogni speranza di pace sarà fragile e instabile finché non si affronterà la questione palestinese».
Il grande tema al centro della regione. Che però, in questi giorni di scontro diretto fra Israele e Iran, è stato di nuovo dimenticato: nonostante ciò che accade a Gaza, e anche in Cisgiordania….
«Esatto. Ma fino a quando non si affronterà in maniera seria e radicale la questione palestinese, qualsiasi futuro assetto regionale — e chissà se sarà necessario avere un nuovo assetto — resterà incompleto. Il mondo arabo è collegato: ci sono i confini fra i vari Stati, ma ci sono anche legami molto forti che vanno al di là dei confini. La questione palestinese è uno di questi legami. Non è la prima volta che viene messa da parte: succede, ci sono alti e bassi. Purtroppo manca una visione politica».
E cosa serve, per rilanciare questa visione?
«Abbiamo bisogno di una nuova leadership politica. Non ce ne è una capace di fare questo adesso, da nessuno dei due lati».
I cristiani in questa situazione che posizione hanno?
«Noi siamo pochi. Inutile dire che la nostra preoccupazione principale ora è per la piccola comunità di Gaza: 541 persone che sono diventate un simbolo di resilienza in tutto il mondo. Sono grato della testimonianza che danno, perché sono in condizioni estremamente difficili ma continuano a vivere nella fede. Ma la situazione è molto complicata anche in Cisgiordania: c’è un continuo deterioramento delle condizioni di vita, posti di blocco, permessi di lavoro cancellati, villaggi continuamente sottoposti alla violenza dei coloni senza che nessuno intervenga. È difficile avere una vita normale, lavorare, andare in ospedale, spostarsi: e non si capisce fino a quando durerà, se e come se finirà. Tutto questo crea un senso di insicurezza, di sfiducia, di disorientamento, complesso da descrivere. Si parla molto della fame di Gaza: ma anche in Cisgiordania c’è fame, perché la gente non ha soldi per comprare da mangiare. Pensi solo alle famiglie, e sono migliaia, che dipendevano dall’industria del turismo».








