Dario Di Vico sul Corriere della Sera esprime i timori del mondo industriale e la scarsa percezione del ‘pericolo’ da parte della politica: “Girando per le tradizionali assemblee che la Confindustria organizza nei territori in questo periodo dell’anno – scrive l’editorialista – si respira un clima di forte preoccupazione.
Ma oltre ai nostri ritardi e al peso che le continue strette monetarie esercitano sulla predisposizione degli imprenditori a cambiare i macchinari, a spendere per la digitalizzazione e la formazione del capitale umano, ad ampliare il proprio perimetro di business, il macigno che pesa sulla manifattura è rappresentato dalla crisi della domanda internazionale.
Si era detto che ci sarebbe stato un rallentamento dei commerci ma forse non se ne erano individuate le proporzioni.
Due straordinarie economie, come quella tedesca e cinese, segnano pesantemente il passo con le conseguenze che si possono immaginare.
Dunque – osserva Di Vico – lo stop della domanda internazionale è in cima alle cause del mal di testa della manifattura e questo trend ha rilevanti effetti negativi sulle economie, come la nostra, che avevano scalato la gerarchia dei Paesi esportatori.
Gli analisti sostengono inoltre che siamo di fronte anche a un cambiamento della struttura dei consumi, che si stanno spostando verso i servizi.
Se questo – in estrema sintesi – è il quadro delle contraddizioni che l’industria deve affrontare qualche ulteriore preoccupazione la genera lo stato del dibattito di merito.
La Confindustria chiede un nuovo intervento sul cuneo fiscale e un sostegno di politica industriale all’innovazione (Industria 4.0 è stato negli anni scorsi un caso di successo), richieste che sono largamente condivisibili perché servirebbero a mettere più soldi in tasca ai consumatori e a combattere il ristagno degli investimenti.
Tutto intorno alle richieste degli industriali, però, c’è un pericoloso silenzio.
Le interviste dei ministri competenti sono in realtà una merce largamente presente sul mercato, ma non riescono a generare nemmeno un credibile effetto-annuncio.
Non c’è la necessaria percezione che da questa crisi del commercio internazionale anche le tradizionali gerarchie manifatturiere potrebbero uscirne modificate e ad esempio – conclude – noi potremmo perdere quel secondo posto europeo che tanto ci inorgoglisce”.








