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Il Ministero dell’Ambiente approva il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici | Lo scenario

Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha approvato il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc), il cui obiettivo è fornire un quadro di indirizzo nazionale per l’implementazione di azioni finalizzate a ridurre al minimo possibile i rischi derivanti dai cambiamenti climatici.

LA STRUTTURA DEL DOCUMENTO

Il Pnacc rielaborato risponde a una duplice esigenza: quella di istituire un’apposita struttura di governance nazionale e quella di produrre un documento di indirizzo.

Il documento è composto da 106 pagine; quattro gli allegati al Piano dedicati alle strategie regionali, a quelle locali, agli impatti e alla vulnerabilità, e alle azioni.

La struttura del Piano è articolata in sei punti: il quadro giuridico di riferimento; il quadro climatico nazionale; impatti dei cambiamenti climatici in Italia e vulnerabilità settoriali; misure e azioni; finanziare l’adattamento ai cambiamenti climatici; governance dell’adattamento.

2022: L’ANNO PIU’ CALDO DAL 1961

La temperatura media in Italia evidenzia che i segnali di cambiamento climatico sono sempre più evidenti, con il 2022 che si colloca al primo posto tra gli anni più caldi dal 1961.

L’analisi degli estremi ha mostrato un aumento degli indici legati agli estremi di cald e una riduzione di quelli rappresentativi degli estremi di freddo.

Con riferimento al 2022, le precipitazioni sono state ben inferiori alla media climatologica, soprattutto durante l’inverno e la primavera nell’Italia centro-settentrionale, con anomalie precipitative superiori a -40% rispetto al periodo 1991-2020; diverse aree del Nord Italia hanno sperimentato condizioni di siccità severa ed estrema.

L’IMPATTO SUI MARI

Tra i vari capitoli del Piano, e la descrizione corredata da numeri e grafici di eventi passati, si toccano anche alcuni elementi rivolti al futuro, quindi alle proiezioni su quello che potrebbe accadere in Italia dal 2036 al 2065.

In Italia nei prossimi 40 anni (o poco più) il Pnacc che identificata due variabili per descrivere l’impatto sui mari italiani: la temperatura superficiale dell’acqua e il livello del mare.

Le temperature del mare aumenteranno anche di oltre 2 gradi centigradi, così come crescerà il livello delle acque fino a raggiungere più 19 centimetri in alcune aree marine.

PER IL SETTORE AGRICOLO PERDITE FINO A 12,5 MLD AL 2050

L’agricoltura italiana è una delle più vulnerabili agli effetti dei cambiamenti climatici a livello europeo.

Nonostante l’adattamento al clima sia una caratteristica intrinseca del settore primario, le riduzioni attese nelle rese sono stimate portare a un calo del valore della produzione aggregata pari a 12,5 miliardi di euro nel 2050 in uno scenario di mitigazione aggressiva (RCP 2.6) che potrebbero aumentare fino a 30 miliardi.

Il danno, soprattutto alle produzioni pregiate, potrebbe inoltre portare a una progressiva perdita di valore fondiario dei terreni agricoli.

Le stime variano tra un deprezzamento dell’1-11% nello scenario intermedio (RCP 4.5), al 4-16% nello scenario a elevate emissioni (RCP 8.5) a fine secolo.

I TRE SCENARI DEL PIANO

In uno scenario a elevate emissioni, il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici approvato dal Mase prevede, entro il 2100, concentrazioni atmosferiche di CO2 triplicate o quadruplicate (840-1120 ppm) rispetto ai livelli preindustriali (280 ppm).

Lo scenario a elevate emissioni (RCP 8.5) risulta caratterizzato dal verificarsi di un consumo intensivo di combustibili fossili e dalla mancata adozione di qualsiasi politica di mitigazione con un conseguente innalzamento della temperatura globale pari a +4-5 gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali atteso per la fine del secolo.

In uno scenario intermedio (RCP 4.5), che assume la messa in atto di alcune iniziative per controllare le emissioni, sono considerati scenari di stabilizzazione: entro il 2070 le concentrazioni di CO2 scendono al di sotto dei livelli attuali (400 ppm) e la concentrazione atmosferica si stabilizza, entro la fine del secolo, a circa il doppio dei livelli preindustriali.

In uno scenario di mitigazione aggressiva (RCP 2.6), invece, le emissioni sarebbero dimezzate entro il 2050.

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