Fra bluff, veleni e imboscate, il filo conduttore della condivisione dell’elezione del 13° Presidente della Repubblica è riemerso sullo sfondo politico dell’avvolgente impegno civile di David Sassoli e della commossa partecipazione all’addio al Presidente del Parlamento europeo prematuramente scomparso. Sull’esempio della lezione politica di Sassoli, rilanciata dall’unanime riconoscimento della sua coerenza unitaria, il trait d’union per una scelta il più possibile condivisa del prossimo Capo dello Stato resiste anche all’avvitamento dialettico del vertice del centrodestra, in surplace sulla candidatura di Silvio Berlusconi.
Surplace con differenziazione connotata dalla partecipazione, al contrario di Berlusconi e Matteo Salvini, della leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni ai funerali di Sassoli accanto ai vertici istituzionali italiani, europei e di numerosi paesi.
Gli scandagli sonar dei silenzi seguiti al vertice e la radiografia del comunicato finale del centrodestra evidenziano come la parola chiave dell’esito del summit chez Berlusconi sia quello “sciogliere la riserva” sollecitato al Cavaliere in contraddizione con l’assunto che “la figura del nuovo Presidente della Repubblica deve garantire l’autorevolezza, l’equilibrio, il prestigio internazionale di chi ha la responsabilità di rappresentare l’unità della Nazione”. A meno di un accordo unitario su una candidatura ampiamente condivisa con Pd e 5 Stelle, da votare ed eleggere fin dai primi scrutini, la exit strategy berlusconiana prevedibilmente si limiterà all’onore delle armi da parte del centrodestra e da un solenne messaggio in nome dell’interesse nazionale a favore di un “Presidente di tutti” sul quale far convergere i voti.
A rendere persistente il filo conduttore della condivisione del prossimo Presidente della Repubblica è anche la constatazione che per le forze politiche più che un Colle, il Quirinale si sta trasformando in un vulcano in eruzione. Le scosse sismiche eruttive investono soprattutto i 5 Stelle, sull’orlo dell’implosione perché spaccati in almeno tre correnti: i gruppi parlamentari, l’ala governista che fa capo al Ministro degli Esteri Luigi Di Maio e il vertice formale del movimento rappresentato da Giuseppe Conte. Incandescente, anche se ancora a livello carsico, pure la lava che scorre sotto il Nazareno. Più simili a partiti strutturati che a correnti interne, le “anime” del Pd si muovono infatti seguendo rotte di collisione alla ricerca di una svolta per il Quirinale.
Con una serie di vertici incrociati, ufficiali e riservati, fra Enrico Letta, Salvini, Conte, Tajani, Di Maio, Renzi, Toti e Brugnaro la settimana entrante forze politiche e gruppo misto cominceranno a scoprire le carte e a comporre l’identikit prima dei candidati di area per poi definire – se il filo conduttore della lezione politica dello scomparso Presidente del Parlamento Europeo si è trasfigurato in metodo concreto – quello dell’eventuale candidato unico. Al cospetto dell’Europa che, assediata dalla Pandemia, davanti al feretro di Davide Sassoli ha rinsaldato i vincoli di un’unione della quale l’Italia con una Presidenza della Repubblica indiscutibilmente rappresentativa può davvero assumere alla leadership, la politica ha un’occasione più unica che rara di voltare pagina e rigenerarsi eleggendo presto e bene un nuovo condiviso Presidente della Repubblica.








