Bisogna leggerli, gli Executive Orders con cui Trump sta alluvionando il suo Paese e il mondo, scrive sul Corriere della Sera Sabino Cassese.
Procede, dal 20 gennaio, al ritmo di circa cinque atti al giorno. Esemplari per struttura e chiarezza, somigliano più a proclami ed editti che a provvedimenti di alta amministrazione.
Ciò non nasce dal nulla. Già nel 1973 – ricorda Cassese – lo storico Arthur Schlesinger junior aveva definito imperiale la presidenza americana.
Lo Stato amministrativo statunitense è da un decennio sotto assedio e il diritto amministrativo è stato definito illegale.
Già altri predecessori di Trump avevano licenziato Inspectors General. Molti dei provvedimenti adottati erano stati studiati dalla Heritage Foundation ed erano noti.
In questo modo di governare c’è qualcosa di antico e molto di nuovo, ma destinato a restare.
C’è il metodo di alcuni degli antichi imperatori che, dopo essere giunti al potere, si recavano alle frontiere per affermare la vastità del loro dominio.
E si muovevano affiancati dai vassalli più potenti e fedeli, in questo caso i grandi oligarchi delle tecnologie digitali, gli unici sovrani autenticamente e geneticamente universali, guadagnando così una duplice legittimazione, quella interna attraverso il voto nazionale e quella esterna attraverso la corona dei grandi dignitari che debbono la loro espansione globale all’astensione regolativa del loro Stato di origine, gli Usa.
Questo modo di governare incontra molte resistenze all’interno degli Stati Uniti, dove si cerca di fermarlo.
Molte decisioni sono state impugnate davanti a giudici, ma il limite maggiore è quello che può venire dal Parlamento, dove la maggioranza repubblicana non è tanto coesa quanto si crede, e principalmente dalle contraddizioni interne del trumpismo perché esso si fa forte delle Big Tech che sono però interessate a un mondo senza barriere e dazi, che possa garantire nel tempo la loro espansione universale.








