Il rimbalzo della nostra economia, dopo la rapida uscita dal Covid (il Pil aumentò del 6% nel 2021 e del 4% nel 2022) si è esaurito nel 2023, ricorda Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera, e la crescita quest’anno torna sotto l’1%, seppur di poco: il governo prevede più 1%, il Fondo monetario internazionale più 0,7, la Commissione europea più 0,9.
Finita la spinta (inutilmente costosa) dovuta al Superbonus, la crescita quest’anno dipende, quasi per intero, dal Pnrr e dalla nostra capacità di realizzare quanto previsto dal piano.
Senza gli investimenti del Pnrr l’economia sarebbe sostanzialmente ferma.
Ma non è detto che l’effetto del grande piano europeo (220 miliardi in 5 anni) si esaurisca quando finiranno gli investimenti e si attueranno le riforme che sono la parte di gran lunga più importante del piano.
I risultati già ottenuti, ad esempio nell’accelerare le cause giudiziarie, sia civili che penali, e a ogni grado di giudizio (illustrate questa settimana su L’Economia del Corriere) lasciano sperare che gli effetti del Pnrr non si esauriscano nel 2026, quando il piano si spegnerà.
Lo scopo infatti non era dare un po’ di respiro all’economia per 4-5 anni, bensì spostarla su un sentiero di crescita più elevata.
La lezione del Pnrr è che progetti per la crescita funzionano se gli obiettivi da raggiungere sono chiaramente indicati e accompagnati da verifiche periodiche dei progressi compiuti, soprattutto nell’attuare le riforme.
Il metodo Pnrr — obiettivi e verifiche — è ciò che è mancato al governo nell’affrontare problemi non oggetto del piano.
Il livello medio dei salari nelle imprese private è inferiore del 10% rispetto alla Francia e del 20% se confrontato con la Germania.
Osserva Marco Leonardi, professore alla Statale di Milano, che ciò che manca in Italia sono lavori di qualità: un lavoro di qualità è tale semplicemente quando è ben pagato.
E non c’entra la tassazione: in Germania e in Francia la tassazione è simile, eppure i salari reali sono più alti che in Italia.
La situazione sta peggiorando: negli ultimi 5 anni, i salari reali in Corea del Sud sono aumentati dell’8 per cento, in Francia sono rimasti stabili e in Germana sono caduti del 4%.
Ma in Italia sono caduti del doppio che in Germania.
Poiché la crescita di un’economia dipende in gran parte dai consumi delle famiglie, è evidente che se il potere di acquisto dei salari scende, l’economia si contrae.








