Nell’Italia che non cura la manutenzione del territorio e delle sue strade, percorrere un cavalcavia significa staccare un biglietto della lotteria della sfortuna. E sperare che quel numero non esca mai.
E cosi ciclicamente il Paese si ritrova attonito e colpevolmente sorpreso nel guardare nello sprofondo di una tragedia che stavolta ha i numeri della strage, 21 morti per ora.
Una strage di giovani turisti in vacanza a Venezia, città monumentale che il mondo ci invidia e che riesce a contenere 30 milioni di presenze l’anno. Ma che fatica ad adeguare una infrastruttura del 1930, il cavalcavia Vempa.
”Dopo il Ponte Morandi noi ci siamo preoccupati di un cavalcavia che è del 1930 e costantemente monitorato” dice l’assessore alla Mobilità del Comune di Venezia, Renato Boraso, a proposito dell’incidente del bus precipitato ieri sera sul cavalcavia che – osserva – ”si vede che è vecchiotto”.
Il ”guardrail è a norma”, ma – precisa l’assessore all’agenzia di stampa Adnkronos ”rispetto alla norma di quando è stato messo”.
Al momento ”c’è un doppio guardrail, però è da sostituire”.
Cosa sia successo martedì sera prova a ricostruirlo Marco Imarisio sul Corriere della Sera.
“Alle 19.48 il bus compie una manovra strana, abbandonando la corsia sulla quale stava viaggiando e stringendo lentamente alla sua destra. Percorre una trentina di metri sfregando contro il guard rail arrugginito. Le tracce lasciate dall’attrito sono evidenti. La protezione sembra reggere. Solo che ne manca un pezzo” scrive Imarisio.
Il Buco nel guardrail
“È un buco nella barriera di sicurezza che misura due metri, nel quale il pullman che continua a spingere verso destra, come se non rispondesse più ai comandi, o non ci fosse più nessuno al volante, si infila. Una volta li chiamavano punti di sfogo. I parapetti venivano costruiti così. Ce ne sono ancora tantissimi in giro. A quel punto il bus è come se fosse su una rotaia, con le ruote esterne che ormai viaggiano sulla passatoia lambendo la ringhiera del cavalcavia e le altre sul ciglio esterno della strada. Percorre ancora una dozzina di metri schiacciando con la sua plancia un’altra porzione di guard rail e le putrelle che lo sostengono. Sembra quasi fermarsi, in bilico. Poi precipita sfondando la ringhiera, composta da tre tubi di ferro dalla sezione di tre centimetri ognuno. Ma in quel momento, il suo destino era già segnato. Perché quell’ultimo ostacolo non è certo concepito per fermare un veicolo di quella stazza” scrive Imarisio.
“Impossibile capire oggi se il parapetto avrebbe continuato a reggere. Ma la deviazione causata da quel varco «spinge» il bus ancora più verso l’esterno, e lo priva del suo ultimo argine prima del vuoto. L’urto del pianale con le putrelle e il guard rail ne altera il già precario equilibrio, provocandone il ribaltamento durante la caduta, con le tremende conseguenze che ne sono poi derivate.
«Quelle barriere non sono a norma secondo le leggi vigenti, ma lo erano all’epoca in cui vennero progettate» ripete al Corriere Renato Boraso, assessore alla viabilità del Comune di Venezia, che ha ereditato dall’Anas la gestione di quel tratto di strada.
“Il buco? Varco di sicurezza”
“Il bus non è caduto perchè ‘c’era un buco’ di un metro e mezzo nel guardrail. Quel buco è un varco di
sicurezza, di servizio, previsto dal progetto originario del manufatto”. E’ la replica dell’assessore Boraso alle ricostruzioni del Corriere sulle cause dell’incidente del pullman a Mestre.
“L’autobus – prosegue Boraso – è caduto 50 metri dopo il varco, dopo aver strisciato
sul guardarail, senza segno di frenata o contro-sterzata. O vogliamo dire che senza il ‘buco’, la barriera avrebbe tenuto un mezzo in corsa, che sbanda, di 13 tonnellate?”.
I varchi sarebbero stati chiusi l’anno prossimo con i lavori strutturali già decisi e finanziati dal Pnrr. L’infrastruttura rientra infatti nelle opere considerate «vie strategiche di comunicazione ai fini della protezione civile».
“L’errore umano, o il malore, o il colpo di sonno, sono il principio e non la fine di questa storia” chiosa Imarisio sul Corriere.
Il piano che non c’è
Il professor Alfonso Montella è docente di Strade, ferrovie e aeroporti del Dipartimento di Ingegneria Civile all’Università Federico II di Napoli. E’ specializzato proprio in sicurezza.
Sulla tragedia di Mestre non vuole pronunciarsi, “non ho visto il video, ci sarà un’indagine accurata”.
Ma non ha problemi a spiegare che “per la rete autostradale ci sono piani di aggiornamento dei ‘dispositivi stradali di tenuta’, così si chiamano i guardrail. Aspi ad esempio ha un programma da miliardi. Ma per le altre strade, non c’è nessun progetto complessivo. Ci vorrebbe un nuovo piano di investimenti, da decine di miliardi”.
Il professor Montella spiega che i guardrail hanno diversi livelli di sicurezza, a seconda dei tratti dove sono installati: “Già la classe H2 è in grado di fermare un’auto o un bus. La classe H3 ferma un autocarro, quella H4 un autoarticolato. Gli H4 sono quelli che sono installati sulle autostrade”. Ma secondo il docente “la protezione dipende anche da come i dispositivi sono installati, e da come vengono controllati e manutentati”.
Il problema secondo Montella riguarda soprattutto le strade urbane: “Non sempre c’è una attenzione adeguata alla sicurezza. Ci vorrebbe maggiore sensibilità”.
Per le autostrade, il docente calcola almeno 5 anni per un adeguamento totale delle protezioni. Ma per le altre strade, “ci vorrebbe un piano che non c’è, e ci vorrebbero investimenti per decine di miliardi”. Pensando alla tragedia di Mestre, Montella conclude con un auspicio: “Dobbiamo imparare tutti dagli errori, per programmare meglio il futuro”.








