È abbastanza chiaro – scrive Stefano Folli su Repubblica – che al centro delle politiche del governo resta la giustizia.
Ma ci sono altri due temi cruciali destinati a occupare la scena nei prossimi mesi.
Sono la riforma fiscale e la questione dei migranti.
Non sono legati tra loro, è ovvio, tranne che per un aspetto, peraltro fondamentale: servono entrambi a definire un progetto, un’idea, insomma il senso di quale Italia ha in mente il destra-centro.
Questo non significa che i risultati siano a portata di mano, anzi l’impressione è che a Palazzo Chigi non stiano accelerando, almeno per ciò che riguarda fisco e giustizia, ma siano preoccupati di non increspare le acque nel rapporto istituzionale con il Quirinale e quindi procedano con cautela.
È un calcolo politico comprensibile, benché rischi di scontentare una parte dell’elettorato della destra.
La lunga rincorsa verso le elezioni europee, tra circa undici mesi, si gioca su questo terreno: non tanto le riforme concrete, già realizzate, quanto le suggestioni e l’avvio di nuove prospettive.
Questo spiega certe polemiche.
Non è usuale che il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Ruffini, risponda per le rime a un vice-presidente del Consiglio.
Tuttavia è persino più singolare che Salvini definisca i contribuenti «ostaggi dell’Agenzia», vale a dire dello Stato.
In condizioni normali un attacco del genere non prevede una risposta dell’interessato, bensì il licenziamento.
Ma non è questo il caso: Ruffini gode di una stima trasversale ed è stato appena confermato nel suo ruolo dalla premier.
Quindi Salvini ha fatto una delle sue uscite spericolate al probabile scopo di blandire idealmente quella parte del ceto medio che si sente vessata dal sistema fiscale e spera nei condoni.
Difficile non leggere in questa uscita una rivalità con FdI, a cui aderisce il vice ministro Leo, autore del disegno di legge fiscale, e con la stessa presidente del Consiglio.








