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Il futuro disegnato dal Coronavirus nella nostra società: i due punti a Gravità Zero

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Non lontano dalla mia città, in un grande parco divertimenti, una delle attrazioni più importanti è un altissimo “inverted coaster”: appesi a questo marchingegno e dopo una ripida salita, si parte per una lunga serie di carambole, discese, risalite, loop e così via, per 120 secondi di pura adrenalina.

Tra i veri appassionati di montagne russe, tuttavia, questa attrazione è famosa perché in due punti dell’intricato circuito di rotaie – per una frazione di secondo – ci si trova a “zero G”: in pratica, per effetto delle decelerazioni e del culmine della risalita, per due volte ci si trova sospesi, senza peso…

Siamo ancora in mezzo ad accelerazioni e decelerazioni di umore, di proiezioni, di aspettative e paure perché Sars-CoV-2 è ancora un nemico temibile, ma nel contempo abbiamo cautamente ricominciato a vivere, anche se forse non ancora a ricostruire. Quello che è certo, tuttavia, è che non abbiamo ancora deciso se e cosa cambiare del regime di vita di un’intera società, tra una discesa che pare al momento finita ed una risalita che non potrà riportarci – proprio come avviene nelle montagne russe – alla stessa altezza di prima.

E come in una giostra si affaccia sicuramente anche la tentazione di negare perfino la fisica, di provare a fingere che quel meno ics per cento dovrà essere recuperato, e poi magari nuovamente superato, riportato in positivo, per una nuova ascesa che non solo sarebbe la negazione della fisica, ma ove mai fosse possibile ci destinerebbe ad un tonfo forse ancora peggiore della “polmonite di Wuhan”.

Ricominciare da zero è il classico voto, la promessa che si fa a sé stessi quando non si vede via d’uscita, pronti a sconfessarla ed a dimenticarcene non appena si può ricominciare e riprendere la vita di prima, e sicuramente non saranno queste righe ad offrire la soluzione ad un problema – quello della revisione del modello economico e sociale del Paese – attorno al quale si ingegnano le migliori menti del nostro mondo.

Potremmo però cominciare mettendo in discussione una locuzione tanto abusata quanto ormai dogmatica, quella “crescita economica” che di tanto in tanto guadagna un aggettivo – giusto per attualizzarla – ma non assottiglia mai il suo peso verbale.

E così diventa “sostenibile”, o “ecocompatibile”, o “più equa”, e così via, ma resta sempre ed intangibilmente “crescita”.

Nessuno vuole mettere in dubbio che la crescita abbia in sé un valore positivo: se “crescere” è “evolvere”, certamente è un valore irrinunciabile, oltre che inevitabile. Se “crescere” è “diventare adulti”, e poi naturalmente “invecchiare”, è nient’altro che una constatazione.

Ma “crescere” non può essere l’unico percorso possibile per garantire un’economia sana, o una società migliore: questo nostro mondo ha dimostrato ancora una volta proprio con la terribile esperienza pandemica che è diventato piccolissimo quando si tratta di diffondere un virus aereo, rapido quasi quanto quelli digitali (una manciata di ore per portare Sars-CoV-2 lungo quel percorso che solo due secoli fa chiedeva mesi, forse anni per migrare da oriente a occidente). Talmente piccolo da non poter tollerare la coesistenza di molti modelli economici basati sulla “crescita”: semplicemente non c’è spazio!

Dall’altra parte, la pandemia ha smascherato non solo la fragilità dei modelli basati sulla “crescita”, ma anche l’inconsistenza del modello “di mercato”, basato sul presupposto che per avere ciò che serve basta comprarlo, eventualmente pagando un po’ di più se c’è molta domanda: anche i presidi ed i devices più elementari per l’assistenza sanitaria nell’emergenza pandemica sono diventati introvabili, e dunque oggetto di tensioni tra Stati vicini, con tanti saluti alla libera circolazione delle merci!

Ed infine, l’urgenza del distanziamento sociale come unica vera misura per evitare la tragedia pandemica ha obbligato a rivedere (o quantomeno a sospendere) i modelli basati sull’ottimizzazione della produzione, in un costante inseguirsi tra potenziamento dei “numeri” per abbattere i costi, per poi inevitabilmente dover ricercare più clienti per poter smaltire quei “numeri”.

Un cenno ancora ai “costi”: il mondo globalizzato e connesso ha cercato prima le sinergie produttive più efficaci, e subito dopo è andato oltre, spingendo quelle sinergie verso l’abbattimento di tutti i costi, puntando ad una massimizzazione non necessaria allora, ma dannosissima oggi, in tempo emergenziale.

Il risparmio sui costi, l’aumento di produttività, l’assunto globale per cui in questo mondo comprare un bullone o un compressore per un respiratore dietro casa o in Oriente è esattamente la stessa cosa hanno tutti le medesime caratteristiche, avendo ciascuno di questi assunti generato valore molto velocemente, fino ad arrivare a quella frazione di secondo di “zero G”, all’equilibrio senza peso e senza prezzi sociali da pagare, per poi subito dopo iniziare una nuova discesa all’esito della quale (la fisica non fa sconti) non si potrà che risalire meno di prima, o non salire affatto.

Sars-CoV-2 non è stato un buon economista, ma probabilmente potrebbe diventare un discreto sociologo: ha mostrato un futuro più probabile e realistico del futuro immaginato da noi “vecchi”, che insistiamo a dipingerlo come il presente, magari con giusto un aggettivo in più.

Ha costretto alla ripartenza l’economia del chilometro zero, rallentato i ristoranti pieni rilanciando le antiche “rosticcerie”, ha spinto dopo dieci anni di proclami imprese e Pubblica Amministrazione a misurarsi davvero con la digitalizzazione.

Ci sta spiegando che la sicurezza non è una legge, o una procedura o un bollino, ma uno stile di vita diverso, che recuperi concetti del passato con gli strumenti del presente, come il “magazzino”, il “territorio”, la “rete sociale”, la “responsabilità d’impresa”.

Chiede con forza di recuperare la capacità di produrre salute prima del benessere, di circolarizzare ricchezza e non solo valuta, di recuperare un po’ di lentezza e di cura, e magari anche di buonsenso.

E torniamo all’inizio: è vero che in questo appassionante “inverted coaster” i due punti a “zero G” durano solo un attimo, che quell’equilibrio perfetto non è destinato a durare, ma è anche vero che quello è il motivo per cui gl’intenditori vogliono andarci, ed in fondo nessuna società ha bisogno di un modello valido per sempre, e sempre uguale a se stesso, e credo fermamente che in questo punto della nostra storia ci serva quell’equilibrio, che non è stasi ma anzi è la formidabile ricombinazione di tutte le forze che si sono scatenate fino al momento prima.

Il commediografo G.B. Shaw stimava moltissimo il suo sarto, l’unico a suo dire che si comportasse in modo razionale: “Ogni volta, quando mi incontra, prende di nuovo le misure, mentre tutti gli altri utilizzano nelle loro opinioni sempre lo stesso vecchio metro, come se andasse sempre bene”.

Potrebbe servire anche a noi il sarto di Shaw.

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