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Il diritto di ridere dei potenti | L’analisi di Luigi Balestra

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Ciclicamente si ritorna a parlare di satira. Il personaggio politico di turno insorge lamentando di essere stato messo alla berlina. Ne nasce un dibattito in cui, senza realmente interrogarsi su cosa sia la satira e, soprattutto, su quale ne sia la funzione in un sistema democratico, si dipana il classico schema della contrapposizione politica. Senza andare troppo in là nel tempo, basta ricordare le accese contestazioni indirizzate verso la satira di Forattini e di Luttazzi, in non pochi casi approdate nelle aule giudiziarie.

In queste settimane un’accesa discussione ha riguardato Elly Schlein, sul cui naso si è scagliata una certa ilarità sui social – e, per vero, anche alcuni insulti – in occasione delle primarie. La Schlein non ha però avuto una sortita propriamente felice allorquando, nel prendere posizione su quello che ha definito l’esercito degli odiatori, si è difesa negando di essere ebrea, adducendo che la relativa trasmissione è matrilineare. Vista le sensibilità che circonda un tema come l’antisemitismo, ragioni di prudenza, per non dire di correttezza, avrebbero consigliato percorsi argomentativi differenti. Negare di essere ebrea per biasimare o semplicemente sottrarsi agli insulti assume il sapore neppure troppo vago di una condanna, certamente non voluta – su questo non ho dubbi –, di chi ebreo è.

E veniamo all’accadimento più recente. Una vignetta satirica di Francesco Federighi, comparsa sul Fatto quotidiano, ha rappresentato la Schlein con tratti caricaturali a tal punto parossistici da assumere toni altamente evocativi. Ad essa si è accompagnata una didascalia: «è figlia di Melvin Schlein, americano, ebreo ashkenazita».

Di qui una ridda di prese di posizioni dirette a condannare l’operato del vignettista, al quale non sono nondimeno mancati gli interventi di sostegno in difesa del fondamentale diritto di fare satira.

Quel che purtuttavia troppo spesso di dimentica è che la satira è una forma di estrinsecazione del pensiero diversa dalla cronaca e dalla critica. Queste ultime hanno quale precipua finalità quella di informare, attraverso la narrazione di fatti veri ovvero la manifestazione di un’opinione personale sui medesimi. Così facendo la pubblica opinione, alla quale si riconosce il fondamentale diritto ad essere informata, acquista consapevolezza ed è posta in grado, ogniqualvolta lo desideri, di partecipare alla dialettica democratica.

La satira, la quale rinviene le proprie origini nell’antica Grecia, al contrario ha lo scopo di irridere, di dissacrare, alle volte di censurare, mediante la decostruzione della realtà, il suo capovolgimento. Essa mira a suscitare ilarità attraverso una totale deformazione degli accadimenti e dei soggetti presi di mira.

Il pubblico è dunque avvertito, è consapevole di essere in presenza non già di un narratore di verità, ma di un comico, di un umorista. La forte capacità lesiva di cui in partenza la satira risulta dotata è di fatto attenuata dalla consapevolezza che essa, a differenza di quanto accade con la cronaca o con la critica, non intende raffigurare la realtà. Paradosso, esagerazione, inverosimiglianza, rovesciamento, ne costituiscono infatti i tratti contenutistici distintivi.

La notorietà del personaggio preso di mira serve a realizzare un circuito di intesa tra chi fa satira e il pubblico, il quale sarà portato a collocare il messaggio di cui è destinatario non già nella sfera dell’informazione, vale a dire di ciò che appartiene al vero, ma in quello della comicità. Chi fa satira vuol far ridere, magari anche riflettere; alle volte lo fa prendendo spunto da fatti veri, ma l’obiettivo è di servirsene piegandoli al fine di conseguire finalità opposte a quelle informative.

Questo beninteso non vuol dire che la satira sia esente da limiti e censure. Gli accostamenti subdoli o ripugnanti, solo per fare un esempio, ben possono essere biasimati e prestarsi a richieste di risarcimento danni. La dissacrazione non può degenerare, trasformandosi in offesa. La linea di confine però non è tracciabile con nitore, non essendovi regola – neppure la più sofisticata – capace di dire a priori quando la satira è lecita o illecita.

Nel caso della Schlein non mi pare però che il confine sia stato oltrepassato. Peraltro Federighi, come è noto, fa della deformazione dei tratti somatici – e in particolare del naso – uno degli elementi caratterizzanti la sua arte, sicché non può essere posta in dubbio la piena percepibilità da parte dei lettori della natura satirica della rappresentazione.

Al di là di ciò, quel che comunque deve essere chiaro per chiunque rivesta ruoli pubblici di rilievo è che la notorietà implica sacrifici sotto il profilo dell’immagine – e del modo in cui essa viene rappresentata – e della riservatezza. Sacrifici tanto più vistosi quanto più elevata sia la posizione rivestita. Diventa preponderante l’interesse della collettività a venire a conoscenza dei fatti della vita dei personaggi notori attraverso le molteplici forme comunicative che l’intelletto umano è in grado di sperimentare.

In tal modo si esercita un controllo sociale sull’esercizio del potere (di qualunque genere esso sia), realizzando un’attenuazione della distanza tra i relativi detentori e la gente comune. È in gioco la vitalità del sistema democratico, il quale abbisogna di essere costantemente alimentato della fiammella della conoscenza, della dialettica, del confronto e, perché no, della dissacrazione.

Questo perché, come ha ricordato Mario Draghi presentando qualche tempo fa il volume di Giannelli Un’Italia da vignetta, la satira serve a riportare i potenti con i piedi per terra. Non può negarsi infatti che, attraverso l’arma incruenta del sorriso, essa assolva alla basilare funzione di moderare i potenti, umanizzare i famosi, umiliare i protervi, contribuendo a creare un clima di tolleranza, nonché l’attenuazione delle tensioni sociali.

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