“C’è un filo che tiene assieme il tutto, in questo derby populista, tutto a destra: Tirana e Palermo, Meloni e Salvini”.
Lo scrive Alessandro De Angelis sulla Stampa sottolineando che questo “non è solo la ‘coda’ del cortocircuito coi giudici.
Che tornano, in entrambi i casi, ‘toghe rosse’ da bersagliare.
E da intimidire l’uno con le piazze, l’altra con un decreto che forzi la legge.
Dove sia la «necessita e urgenza», neanche fosse l’alluvione che ha allagato l’Emilia, non è dato sapere, ma è l’icastica conclusione del vizio, tutto politico che, a monte, lega le due storie.
Tanto ideologico quanto fallimentare.
Sembrava un cambio di paradigma: verificata l’impossibilità del blocco navale e, appunto, dei porti chiusi, Giorgia Meloni ha iniziato a occuparsi di Africa, scimmiottando (in parte) Minniti.
Logica avrebbe suggerito di proseguire sulla via di un più incisivo investimento politico in quella direzione.
Magari dando corpo al famoso piano Mattei, che ha il limite, oltre che di un eterno Godot, della logica del ‘paese solo’.
Occuparsi seriamente di Mediterraneo – osserva l’editorialista – significa battersi per portare l’intera Europa a un accordo quadro con l’Africa: un modello, appunto, strutturale di gestione del fenomeno migratorio che, esso stesso, non è un’emergenza, ma un dato strutturale del corso del mondo.
E invece: riecco la logica tutta emergenziale del “paese terzo” per preservare il racconto.
Anche se non funziona né in termini di deterrenza né, come prevedibile, in termini giuridici.
Il cortocircuito con la magistratura sull’applicabilità, sia nel caso di Open Arms sia nel caso dell’Albania, è diretta conseguenza degli accrocchi.
Non ci voleva un giudice per immaginare che non avrebbe funzionato questo gioco dell’oca, tra Albania e Italia, sui poveri cristi.
E il conflitto successivo con la magistratura è l’epilogo classico dello spartito populista: non sono i modelli messi in campo non funzionanti, ma i giudici che, assieme ad altri poteri ostili, vogliono fermare la ‘rivoluzione’.
Politicamente parlando, questo nuovo cambio di paradigma all’insegna del richiamo della foresta, tutto ideologico, non è a costo zero.
Non solo come fallimento politico, ma anche per le conseguenze già innescate.
Perché ha rimesso al centro della discussione il tema non del governo dei cosiddetti movimenti primari (dall’Africa all’Italia) ma dei movimenti secondari (il “dove li metto quando arrivano?”).








