L’iscrizione nel registro indagati della Procura di Roma del premier Meloni, di due tra i più autorevoli ministri del governo in carica e del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, descrive perfettamente un corto circuito politico-giudiziario che rischia di gettare ombre sulla ritrovata autorevolezza dell’Italia in Europa e nel resto del mondo.
E, soprattutto, commenta Massimo Martinelli sul Messaggero, veicola il messaggio surreale secondo il quale chiunque può denunciare un ministro o un presidente del Consiglio e ottenere che venga indagato. Con il corollario inevitabile di polemiche, di richieste di chiarimenti, di attacchi politici e di articoli di stampa negativi.
A dare notizia della clamorosa iniziativa giudiziaria – un premier indagato con due ministri di punta e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio è una cosa che non si era ancora mai vista, neanche negli anni di Tangentopoli – è stata la stessa Giorgia Meloni.
E allora viene da chiedersi: ma davvero l’ombrello dell’“atto dovuto” utilizzato dalla procura di Roma può consentire a chiunque di denunciare un politico e spedirlo sulla graticola giudiziaria?
Davvero un procuratore della Repubblica è ridotto al rango di passacarte e non ha il potere di verificare la credibilità delle denunce che gli arrivano sul tavolo?
Davvero è possibile pensare che il ministro della Giustizia abbia favorito la “fuga” di un cittadino libico che è stato scarcerato da una corte d’Appello? E che lo stesso possa dirsi del ministro Piantedosi, che ha firmato l’espulsione di quel cittadino libico ormai libero e considerato pericoloso?
Non sarebbe stato il caso di considerare il rimpatrio di quel libico un atto in nome della “ragion di Stato” e fare tesoro di quello che era successo neanche quindici giorni prima, quando all’arresto di un ingegnere iraniano era immediatamente seguito il sequestro della giornalista Cecilia Sala?
Il sospetto è che dietro ci sia la volontà di innalzare il livello dello scontro tra il potere giudiziario e quello esecutivo.








