Su Repubblica Stefano Folli descrive “la via in salita dei riformisti”: “Come un fiume carsico che riemerge a tratti – sottolinea – si torna a parlare del ‘centro’, tema antico per veri appassionati. Il ‘centro’, ovvero una forza politica liberal-democratica capace di incunearsi negli interstizi del nuovo bipolarismo.
Da un lato la destra, che oggi si riassume nel nome di Giorgia Meloni; dall’altro la sinistra, che ha rialzato la testa nel segno di Elly Schlein.
È una doppia semplificazione di un quadro assai più ricco di sfumature, ma rende l’idea. Se per ‘centro’ s’intende una formazione senza grandi ambizioni, che occupa uno spazio intermedio in vista di collocare un po’ di ceto politico, allora il gioco è plausibile ma non è destinato a suscitare emozioni o passioni civili.
Se invece l’ambizione è più grande, occorre fare i conti con la realtà. In primo luogo, come è logico, occorrono idee convincenti. Le candidature verranno dopo. E quando si accenna alle idee, ecco evocato il tema del ‘riformismo’.
Romano Prodi si è riferito al riformismo per ammonire tra le righe Elly Schlein a non farsi trascinare da un certo manicheismo populista – spiega Folli – accettando invece i consigli di chi può aiutarla ad affrontare il governo dell’economia.
Lo stesso vale per coloro che mordono il freno all’interno del Pd: pronti – almeno così dicono – a denunciare l’abbandono di una visione riformista come premessa per giustificare una scissione.
E c’è da supporre che almeno su un punto il Pd di Schlein e FdI di Giorgia Meloni saranno d’accordo: nell’escludere una modifica in senso proporzionale del sistema elettorale.
Questione peraltro non attuale: le elezioni politiche sono lontane e quelle più vicine, le europee del 2024, si svolgeranno, come è noto, secondo il modello proporzionale.
E dunque – conclude – la prospettiva di un partito riformista fondato su un impianto liberal-democratico, ammesso che sia questa l’intenzione, passa con tutta evidenza dalle elezioni del 2024”.








