La mancanza di consapevolezza dell’importanza della propria reputazione è uno dei grandi temi che la società contemporanea del guadagno senza limiti, della comunicazione e dei social propone con inquietante e disarmante attualità.
Ci si (auto) rovina per la smania irrefrenabile di apparire e di accumulare danaro, di conquistare posizioni di “potere”, disposti a tutto – e, quindi, anche a superare senza tentennamenti quei pochi (ormai) basilari limiti di decenza che un minimo di serietà e di irreprensibilità impongono – pur di raggiungere l’anelato traguardo.
Con dirompente facilità si arriva così a un punto di non ritorno; quando questo accade riaffiora in superficie quel che agli occhi delle persone avvedute si palesa come un’irrimediabile fragilità, poiché la persona umana e il modo in cui viene considerata nella società (la sua identità in termini valoriali), appaiono compromessi.
Ed è a quel punto che ci si rende conto – per vero non sempre – di aver perduto un “bene” fondamentale, che alimenta il nostro benessere: la reputazione. La considerazione che gli altri hanno di ciascuno di noi si dispiega così in termini progressivamente e marcatamente negativi, in quanto iniziano a farsi spazio senza sosta sentimenti collettivi di disistima, di indignazione, di critica dissacrante, di rivalsa.
La vicenda Ferragni rappresenta certamente un caso paradigmatico di un fenomeno che, senza tema di smentita, è diffuso e dilagante.
C’è un problema – come bene ha osservato Franco Moscetti la settimana scorsa sull’Osservatorio – di etica (perduta) che va ben oltre la mera osservanza delle regole giuridiche. È vero che in non pochi casi i fatti che vengono in considerazione hanno una rilevanza anche sul piano giuridico, decretando talvolta ipotesi gravi di responsabilità.
Ma non è questo il punto, poiché il comportamento eticamente responsabile impone di agire avendo a mente non soltanto l’osservanza delle norme giuridiche, ma anche – come insegna Vito Mancuso – la realizzazione del bene altrui, avversando ogni sorta di comportamento non solo illecito, ma anche semplicemente inopportuno, opportunistico, inadeguato ovvero vòlto alla realizzazione di finalità prettamente egoistiche.
Tutto ciò lo si può pretendere a maggior ragione da parte di chi rivesta posizioni apicali; e questo in ogni genere di contesto, poiché la rettitudine delle scelte e dell’operato assumono un particolare significato, in termini di indirizzo e di esempio, per tutti coloro che in questi personaggi si rispecchino; allo stesso modo, assumono rilievo verso chi sia chiamato ad eseguire direttive e/o determinazioni impartite da chi incarna ruoli di comando.
La questione della realizzazione del bene altrui si combina con il tema, acutamente sollevato da Giuseppe Coco sempre la scorsa settimana sull’Osservatorio, della c.d. professionalizzazione della bontà, la quale reca con sé il rischio di dare la stura a sacche di crescente cinismo nella popolazione. Si è posto in luce come la trasparenza – da concretizzare ad esempio attraverso la pubblicazione dei bilanci – possa aiutare.
Sull’imprenditore che dia vita a “un’operazione di bontà” grava il dovere etico di non realizzare profitti, di nessun genere e/o tipologia. Lo stesso è a dirsi per il personaggio notorio che presti la propria immagine a sostegno dell’iniziativa.
Le Charities, per le quali il profitto è escluso in radice dalla “ragione sociale”, hanno il dovere etico – all’uopo adottando efficienti sistemi organizzazione e gestione – di non consumare, se non in una piccolissima percentuale, quel che incamerano per far fronte a spese di funzionamento.
La filantropia, su cui parimenti riflette Franco Moscetti, da parte di chi abbia rilevanti possibilità economiche è certamente uno dei modi attraverso i quali l’etica si affaccia virtuosamente nello scenario delle relazioni umane.
Ma a parte i casi in cui la filantropia dissimuli un’operazione economica (censurabile per il messaggio falso comunicato all’esterno), anche sulla filantropia “vera” occorre intendersi. Molti casi di “dono” sembrano ispirati da una sorta di necessità di non potersi sottrarre dal dare (pena, in difetto, l’accusa di insensibilità, il cui effetto è amplificato allorquando essa venga rivolta ai titolari di ingenti patrimoni); altre situazioni sono riconducibili a fenomeni di filantropia egoistica, in cui colui chi dona asseconda primariamente una sorta di affermazione del proprio ego ovvero della propria immagine.
Il dono, quello vero, si realizza quando ci si spoglia di beni o denaro in maniera totalmente disinteressata, ponendoli al servizio della collettività secondo quelli che sono gli effettivi e concreti bisogni della medesima. Nessun vantaggio in cambio, solo ed esclusivamente una perdita patrimoniale.








