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[L’analisi] Il boom dei prezzi di grano e mais non dipende solo dalla guerra in Ucraina. Ecco perché

Continuano a lievitare i prezzi delle commodities agricole, in primis dei cereali. Le cause di questi aumenti vertiginosi sono di natura congiunturale, strutturale, geopolitica e speculativa. Sta pesando anche la crisi tra Ucraina e Russia, ma non solo. Lo scoppio del conflitto si è infatti inserito in un contesto di tensioni sui mercati dei cereali come non si vedeva dalla precedente crisi dei prezzi del 2007-2008. Lo si legge in una analisi effettuata da Ismea sull’effetto del conflitto tra Russia e Ucraina sull’agroalimentare italiano.

Insomma, i rialzi registrati per grano duro, frumento tenero, mais su tutti i principali mercati non sono, al momento, riconducibili tout court alla guerra in corso, ma sono causati da una molteplicità di fattori. Secondo l’analisi di Ismea, infatti, anche se è vero che frumento tenero, frumento duro e mais hanno raggiunto in Italia e all’estero quotazioni mai toccate prima, mentre il mercato dei futures alla borsa di Chicago manifesta una fortissima volatilità, non tutto è però riconducibile direttamente alla guerra e soprattutto le dinamiche alla base della fiammata variano da prodotto a prodotto.

Il grano duro

Il grano duro – ricorda Ismea – ha raggiunto in Italia il suo prezzo massimo a dicembre 2021, e in questo caso a pesare sull’instabilità dei mercati è soprattutto il vuoto d’offerta che si è creato dopo il crollo dei raccolti in Canada (-60%), principale esportatore mondiale e il calo di altri importanti Paesi produttori. Nelle forniture globali di grano duro, il ruolo dei Paesi direttamente coinvolti dal conflitto oppure rientranti geograficamente o politicamente nell’orbita russa è praticamente inesistente, essendo la produzione concentrata soprattutto in Europa, Canada, Usa, Turchia e Algeria. Da ricordare che l’Italia è il secondo produttore al mondo di grano duro, ma anche il primo consumatore e importatore mondiale e su questo fronte, le prospettive dipenderanno sostanzialmente da ciò che accadrà con il prossimo raccolto sia in Italia sia negli altri paesi produttori, Canada in primis.

Il frumento tenero

Diverso è il caso del frumento tenero, dove la quota russa e ucraina sulla produzione mondiale arriva al 14% (16% se consideriamo anche il Kazakistan), e la situazione di instabilità si sta riverberando in maniera decisa sulle principali piazze di scambio internazionali e sui mercati dei futures. Va tenuto presente, però, che dal punto di vista dei fondamentali del mercato non c’è al momento una situazione di squilibrio tra domanda e offerta. A un aumento della domanda mondiale (+1,6%) è infatti corrisposto anche un aumento dell’offerta (+1,3%) e la riduzione degli stock globali appare oggi del tutto trascurabile.

Per quanto riguarda l’Italia, il peso dell’export di frumento tenero russo e ucraino incide sulle importazioni italiane del prodotto solo per il 6% in volume nel 2020. Per il mais la corsa ai rialzi è stata innescata mesi fa dalla vorticosa crescita della domanda cinese, legata al riavvio della produzione suinicola dopo l’epidemia di peste suina, ma gli ulteriori rincari sono il diretto riflesso del clima di incertezza di questi giorni. Con riferimento all’area interessata dal conflitto, l’Ucraina è il nostro secondo fornitore di mais dopo l’Ungheria, con una quota di poco superiore al 20% sia in volume che in valore.

Il mais

Una situazione che suscita qualche preoccupazione vista la consistente riduzione della produzione interna di mais (-30% negli ultimi 10 anni) e la ormai strutturale dipendenza degli allevamenti dal prodotto di provenienza estera (tasso autoapprovvigionamento italiano pari al 53% contro il 79% nel 2011). In questo scenario, in linea generale, l’Italia è evidentemente particolarmente vulnerabile a causa dell’alto grado di dipendenza dall’estero per gli approvvigionamenti di grano e mais. Il nostro paese, infatti, ha un tasso di autoapprovvigionamento rispettivamente pari a circa il 60% per il grano duro, 35% per il tenero e 53% per il mais.

L’export

E se l’import di cereali e di oli vegetali rappresenta un problema, l’altra faccia della medaglia è rappresentata dalle esportazioni, che vedono l’Italia tra i principali fornitori di Mosca di prodotti agroalimentari, addirittura al primo posto per gli invii di vini e di spumanti, prodotti fino a questo momento risparmiati dalle restrizioni commerciali varate da Mosca nel 2014. In relazione all’interscambio tra l’Italia-Ucraina, l’Italia è il secondo fornitore di prodotti agroalimentari, dopo la Polonia, con una quota del 7% pari a 415 milioni di euro, sempre nel 2020.

I prodotti esportati dall’Italia verso l’Ucraina sono generalmente allocabili tra prodotti ad alto valore aggiunto e, quasi sempre fortemente legati a made in Italy come vino, caffè e pasta alimentare, anche se la voce più rilevante riguarda il tabacco da masticare o da fiuto. Il nostro Paese acquista dall’Ucraina soprattutto oli grezzi di girasole, mais (il 13% in volume delle forniture provenienti dall’estero nel 2020) e frumento tenero (5%).

Relativamente agli scambi agroalimentari con la Russia, l’Italia è il settimo fornitore di Mosca tra i paesi fornitori di prodotti e al primo posto per le forniture di vini e spumanti. Mentre il nostro ruolo tra i paesi acquirenti è del tutto trascurabile (33esima posizione). Nel 2020, l’Italia ha spedito a Mosca cibi e bevande per un controvalore complessivo di 908 milioni di euro, di cui la fetta più consistente è rappresentata dai vini confezionati e spumanti per quasi 300 milioni di euro e dal caffè per 90 milioni di euro.

I fertilizzanti

Rimanendo in ambito agricolo non si può dimenticare la rilevanza della Russia nella produzione ed esportazione dei fertilizzanti. La Russia, infatti, è il primo esportatore a livello globale di fertilizzanti con 6,1 miliardi di euro nel 2020 (13% del totale export mondiale). L’Italia, tuttavia, è un mercato di destinazione della Russia poco rilevante, posizionandosi in quarantottesima posizione tra gli acquirenti, con poco più di 24 milioni di euro acquistati nel 2020 (il 5% circa degli acquisti nazionali di fertilizzanti nel 2020). 

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