Perché gli stipendi italiani sono più bassi dei Paesi europei? Secondo Pietro Ichino, giuslavorista dell’Università Statale di Milano, ex parlamentare del Pd, considerato il padre del Jobs act, è dovuto anche perché alla più bassa produttività del lavoro. «Tendiamo a mantenere in vita enti pubblici, così come aziende private, poco o per nulla produttivi più a lungo di quanto accada negli altri Paesi. Così cresce solo la produttività delle aziende più avanzate, ma la media resta ferma», afferma intervistato da Alessandra Ricciardi per Italia Oggi.
Professor Ichino, i dati pubblicati dall’Ocse sono davvero impressionanti: mentre in alcuni Paesi dal 1990 a 2020 le retribuzioni sono aumentate di due volte e mezza, in Italia sono rimaste ferme o addirittura arretrate.
«La tabella dell’Ocse riguarda un periodo di tre decenni, durante il quale alcuni Paesi, in particolare tutti quelli che compaiono nella parte alta, sono usciti dal sistema sovietico, raddoppiando o addirittura triplicando il prodotto interno. Non possiamo certo confrontare la nostra situazione con questi. Dobbiamo confrontarci con la Germania e la Francia, che nel trentennio hanno visto aumentare le retribuzioni medie di oltre il 30 per cento. Certo è che noi, invece, siamo rimasti quasi fermi».
Appunto. Come spiega una performance italiana così meschina? L’Italia fa -2,9%, la Francia +31%, la Germania 33,7%.
«Le spiegazioni possibili sono molte, e ciascuna probabilmente coglie una parte delle cause di questa stagnazione. Tutte comunque partono da un fatto da cui non si può prescindere: l’andamento delle retribuzioni è strettamente correlato con quello della produttività del lavoro. Se questa non cresce, difficilmente possono crescere quelle».
Partiamo dunque da questo dato. Perché la produttività del lavoro non cresce?
«La produttività del lavoro è il prodotto di due fattori: la qualità dell’azienda, cioè del contesto organizzativo e strumentale in cui la persona è inserita, e l’impegno della persona stessa. Solitamente, da sinistra si sottolinea solo il primo fattore, da destra solo il secondo. Ma contano tutti e due: basti considerare che è sufficiente l’azzeramento di uno solo dei due fattori per azzerare il risultato».
Incominciamo dal discorso “di sinistra”: che cosa manca in Italia dal punto di vista della organizzazione e della strumentazione?
«Rispetto agli altri maggiori Paesi europei, il nostro Paese è molto meno aperto agli investimenti diretti esteri. Questo incide molto, perché le imprese multinazionali sono mediamente assai più capaci delle indigene di valorizzare il lavoro dei dipendenti, cioè di renderlo più produttivo. Poi occorre considerare che noi tendiamo a mante nere in vita enti pubblici, così come aziende private, poco o per nulla produttivi più a lungo di quanto accada negli altri Paesi. Così cresce solo la produttività delle aziende più avanzate, ma la media resta ferma».
Rimedi?
«Non mantenere in vita, di fendendole con le unghie e coi denti, le strutture improduttive; al contrario, favorire, assistere e sostenere in ogni modo il trasferimento dai lavoratori da queste a quelle più produttive. Questo trasferimento presenta dei costi per le persone, in termini di stress e di mutamento delle abitudini precedenti; talvolta richiede uno spostamento geografico; ecco: occorrerebbe una politica di incentivo economico al trasferimento, capace di compensare abbondantemente il costo personale e familiare».
Un rimedio un po’ costoso.
«Non più costoso, certo, che tenere in vita carrozzoni pubblici o semipubblici: penso a tante aziende regionali o comunali. Oppure aziende decotte, il cui personale viene tenuto in cassa integrazione per anni».
Ma le aziende più produttive sono interessate ad assumere personali prove niente da queste strutture improduttive?
«L’indagine Unioncamere-Anpal risponde a questa domanda con dei dati impressionanti. Da anni ormai le aziende più dinamiche incontrano difficoltà crescenti a trovare il personale che cercano: la difficoltà riguardava il 32 per cento delle ricerche a fine 2019, prima della pandemia, ora riguarda il 38 per cento».








