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I magistrati e il rischio della cultura di polizia nella riforma della magistratura | L’analisi di Edmondo Bruti Liberati

Anche Edmondo Bruti Liberati, sulla Stampa, critica la riforma del Governo.

Una riforma, scrive, che svilisce la Costituzione, poiché si tratta in realtà di una radicale riscrittura del sistema di governo della magistratura e dello stesso equilibrio tra i poteri dello Stato.

Il sottosegretario Mantovano ha detto che «la separazione delle carriere c’è nei fatti già da qualche anno» e infatti i passaggi tra giudice/Pm e viceversa sono ormai rarissimi.

L’obbiettivo è dunque altro.

Ad assicurare imparzialità e terzietà del giudice stanno le norme del processo, certo sempre migliorabili: dati statistici incontrovertibili mostrano che, quando lo ritengono, giudici non esitano ad assolvere gli imputati portati a giudizio, che, ancor prima, Giudici delle indagini preliminari, non esitano a ridimensionare o respingere le richieste di custodia cautelare dei Pm e così i Tribunali del riesame.

Un corpo di Pm autoreferenziale quanto più si allontana dalla giurisdizione, tanto più ineluttabilmente si avvicinerà alla “cultura di polizia”.

Avrà meno forza e autorevolezza per resistere alle pressioni della tendenza oggi diffusa che vuole sempre più reati e sempre più carcere, che esige un “colpevole” subito e comunque, a dispetto di ogni garanzia.

Tutti assicurano di voler garantire l’indipendenza del Pm.

Ma guardandosi in giro per l’Europa vediamo che il Pm separato è ineluttabilmente destinato a una qualche sottoposizione all’esecutivo, che peraltro nei paesi di più salda democrazia è gestita con grande self-restraint.

Ma non ovunque è così.

E possiamo noi permetterci di correre questo rischio?

La cronaca nostrana ci mostra che già oggi non pochi esponenti politici (e di non piccolo rilievo) non esitano ad intervenire in censure delegittimanti su questa o quella iniziativa di Pm.

La sottoposizione del Pm all’esecutivo, che oggi si respinge, trova con questa riforma una strada aperta.

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