Alla fine della crisi finanziaria iniziata nel 2008, quindi dieci anni fa, «molti Paesi si ritrovarono con livelli elevati di debito pubblico, debito che era stato emesso durante la crisi, in gran parte per salvare le banche». A parlarne è Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera. «Negli stessi anni, vi fu una revisione delle regole fiscali europee, il cosiddetto Patto di stabilità. Il ministro delle finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, insistette per una regola in particolare: quella che prevedeva una riduzione graduale del rapporto debito-Pil fino a portarlo al livello indicato nel trattato di Maastricht, 60 per cento del Pil entro 20 anni».
«Una conseguenza di quella regola è che la velocità della discesa del rapporto debito-Pil — un ventesimo della distanza dal 60 per cento sull’arco di un ventennio — non dipende dalle condizioni dell’economia: il debito deve scendere alla medesima velocità in anni di crescita e in anni di recessione. Allora nessuno seriamente obiettò e anche il governo italiano accettò la nuova regola. Ma fu un errore che determinò la gravità e la durata della recessione che colpì molti Paesi, il nostro in particolare, negli anni seguenti. Quando infatti nel 2011 fummo colpiti da un grave choc finanziario, e lo spread salì fino a 500 punti innescando un rallentamento dell’economia, la nuova regola ci obbligò a continuare il cammino di austerità anche se eravamo entrati in recessione».
«Fra l’altro, la regola non aiutò neppure la discesa del rapporto debito-Pil perché qualunque cosa facesse il governo per contenere la crescita del debito era vanificata dalla caduta del Pil. Il rapporto, che era 120 nel 2010, raggiunse 133 nel 2013. I governi cambiano, ma dalla storia si continua a non imparare. Nel nuovo Patto di stabilità che i ministri dell’economia dell’Ue stanno scrivendo in queste settimane, potrebbe tornare la “regola di Schäuble”. Che questo possa accadere, ancora una volta quando potremmo essere alle soglie di una recessione, è particolarmente grave. Il ministro Giorgetti dovrebbe impegnarsi ad evitarlo».








