“La nostra Costituzione ha svolto efficacemente per un lungo arco di tempo la sua funzione di strumento di unificazione di una società complessa e disomogenea qual è la nostra, mentre oggi si tende sempre più a pensare, e non solo a destra, che la cultura che l’ha inspirata appartenga al passato per cui sarebbe giusto avviare un suo rinnovamento profondo”.
Così Enzo Cheli sulla Stampa osservando che “è vero per quanto riguarda la dimensione europea ed il suo diritto fondato sui Trattati che si è venuto sempre più a intrecciare con il nostro diritto nazionale.
Non è vero se si pensa al quadro delle nostre libertà che la costituzione, con una visione decisamente ‘presbite’, venne a costruire nel lontano 1947 come base di uno Stato costituzionale e di una democrazia rappresentativa a impianto pluralista e garantista dove la maggioranza viene investita dell’esercizio legittimo della sovranità popolare ‘nelle forme e nei limiti’ di una costituzione saldamente presidiata da organi imparziali di garanzia.
Questa visione che la Costituente seguì con molta chiarezza condusse a legare la prima parte dell’impianto costituzionale, dedicata alle libertà ed ai doveri di cittadinanza, con la seconda parte, dedicata alla forma di governo.
E proprio in questa connessione stretta tra le due parti – sottolinea – si pone il nucleo intangibile e qualificante del nostro assetto repubblicano: un nucleo che oggi rischia di essere colpito e stravolto da un progetto anomalo di un ‘premierato’ che, attraverso l’elezione popolare del Presidente del Consiglio, tende nella sostanza a rovesciare, nel quadro della nostra democrazia rappresentativa, il rapporto di dipendenza che lega il Governo, espressione della maggioranza, al Parlamento, espressione dell’intera comunità nazionale, riducendo al tempo stesso il ruolo di garante affidato al Capo dello Stato.
La riforma che questo progetto promuove, come è già stato ampiamente rilevato sia in sede politica che scientifica, incide, dunque, negativamente non soltanto su consolidati principi di diritto costituzionale, ma anche sulle basi della cultura istituzionale che ha ispirato la nostra forma repubblicana.
Questo – conclude – non esclude che anche il ‘premierato’, pur nella forma ambigua promossa da questo Governo, abbia una sua base culturale, ancorché opposta a quella che ha guidato sinora la nostra vita istituzionale”.








