Sul Foglio Claudio Cerasa sottolinea come per Trump i dazi non siano semplicemente uno strumento da utilizzare in modo spregiudicato per condurre trattative negoziali con i paesi colpiti: io annuncio un dazio e tu, se non vuoi il dazio, fai un favore all’America.
Per Trump, i dazi sono qualcosa di più. Sono il riflesso di un pensiero politico, sono lo specchio di una fede economica, sono lo specchio di un modo preciso di osservare il mondo. Il 20 gennaio del 2025, durante la parata per l’Inauguration day alla Capital One Arena, Trump ha detto che, a suo modo di vedere, “i dazi sono le parole più belle per me nel dizionario”.
E la ragione per cui Trump considera la parola dazio la parola più bella del dizionario è legata a un fatto semplice ed elementare che dovrebbe far indignare chiunque abbia a cuore i princìpi minimi della difesa della libertà.
Trump ama il protezionismo, detesta la globalizzazione, adora la società chiusa, disprezza la società aperta. E in questo senso, i dazi sono la cartina al tornasole di una visione del mondo tossica, anti-liberale, nazionalista, sovranista, autarchica, populista.
Se si considera però profondamente nociva la visione del mondo che ha Trump, quando ragiona sull’economia, non basta limitarsi a ragionare su cosa fare per evitare il bastone del presidente americano.
Forse, serve qualcosa di più. Forse, prima di tutto, prima di ragionare sui numeri, occorrerebbe capire esattamente, noi che ci opponiamo ai dazi, che cosa dobbiamo difendere. Il punto sembra banale, lineare, ma presenta una serie di problematiche evidenti, perché un conto è essere contro i dazi di Trump e un altro conto è essere contro i dazi in generale.
Essere contro i dazi di Trump è relativamente facile. Essere contro i dazi in generale, invece, è più complicato. Significa, infatti, essere disposti a difendere la globalizzazione e significa essere disposti a dirsi pienamente europeisti, mossi dalla consapevolezza che cedere sovranità significa volersi proteggere muovendosi di fronte ai giganti del mondo con la forza di un elefante e non con quella di un topolino.








