“Gli elettori ci credono, anche quando non ci credono tutti i leader.
Il campo largo, progressista, l’unità delle forze di opposizione la realizza l’elettore nell’urna, a dispetto delle liti e della freddezza dei vertici”.
Lo scrive Francesco Bei su Repubblica: “La prima lezione della doppia vittoria, tutt’altro che scontata, delle regionali in Emilia-Romagna e Umbria.
Certo, ci sono alcune condizioni da rispettare e l’elettorato di centrosinistra su questo si dimostra sempre molto esigente.
La più importante è che i candidati a guidare la regione siano scelti tra persone competenti, radicate sul territorio, concrete, meglio se lontane dai palazzi romani.
Non è un caso che sia Proietti che de Pascale siano sindaci che hanno già dimostrato di essere buoni amministratori, rieletti entrambi dopo un primo mandato rispettivamente ad Assisi e Ravenna.
Il centrosinistra funziona meglio ed è più credibile quando seleziona così la sua classe dirigente, come invece non è accaduto in Liguria, nonostante il Pd avesse fatto scendere in campo un ex ministro come Andrea Orlando.
L’altro segnale, ancora più importante a livello politico – sottolinea l’editorialista – arriva dai territori fino a Roma.
Ed è un avviso al governo e a Giorgia Meloni, che era arrivata quasi a sfidare l’elettorato nel comizio di chiusura della campagna elettorale a Perugia: ‘La mia resistenza non ha limiti.
C’è un limite solo per noi e siete voi, il consenso dei cittadini.
Noi non resteremo al governo della nazione contro il parere dei cittadini’.
Il voto è un segnale per chi si ritiene da due anni l’unico interprete della volontà popolare e, su questa base, pensa di poter imporre a colpi di maggioranza riforme come il premierato e l’autonomia differenziata invise all’altra metà del Paese.
Il consenso fluttua, persino quello a Fratelli d’Italia, finiti in Umbria sotto il 20 per cento.
E c’è da fare qualche riflessione sullo stato di salute del partito democratico, dato spesso al tramonto ma sempre più architrave di qualsiasi formula di alternativa.
Una considerazione che vale soprattutto per i Cinque stelle, finiti sotto il 5 per cento.
Alla vigilia della costituente M5s della prossima settimana, Giuseppe Conte sarà più o meno invogliato a intrupparsi in una coalizione dove finisce per essere così lontano dalla prima fila?
Un quesito non banale – conclude – anche considerando che il prossimo anno di andrà a votare in altre cinque regioni”.








