Su Repubblica, Francesco Manacorda ricorda che compito della politica nell’attuale momento di crisi è quello di mediare tra esigenze spesso contrastanti, come quelle dell’industria e di chi viene espulso dal mondo del lavoro: la necessità assoluta di programmare investimenti per il futuro e di spingere i produttori, ma allo stesso tempo l’esigenza di occuparsi del presente difficile per molti.
Insomma, in estrema sintesi, osserva Manacorda, il dilemma Bonomi (il presidente di Confindustria che ha chiesto che l’Italia non diventi un “Sussidistan”) verso Stefano Lovati (un allevatore di cani rimasto disoccupato a 51 anni e “salvato” dal reddito di cittadinanza, i cui post sempre ieri riscuotevano attenzione su Twitter) è quello che il governo dovrà affrontare con l’opportunità e la responsabilità supplementare di avere a disposizione per i prossimi dieci anni i 209 miliardi del Recovery Fund europeo. Una potenza di fuoco simile è ovviamente un’opportunità che può spingere anche parti sociali assai critiche ad abbassare i toni e cercare una mediazione. Perché qualsiasi «patto per l’Italia», come quello chiesto al governo, deve tenere conto non solo della voce di Bonomi, e delle richieste di una parte sociale che batte cassa, ma ad esempio anche di quella dei tanti e meno visibili signori Lovati.
Se il compito della politica è anche quello di mediare tra esigenze diverse e talvolta contrastanti delle parti sociali, ora più che mai — in una situazione di eccezionalità che è sfociata da mesi nell’emergenza — chi governa non può abdicare e rinunciare a questo ruolo. Su questo, però, il governo non pare avere finora prodotto molto. Il Recovery Plan è al momento un insieme di titoli altisonanti ma abbastanza vuoti e di microprovvedimenti proposti dai ministeri, spesso con poca o nessuna coerenza rispetto alle richieste europee.








