Politica Agricola Comune, PNRR, imprese agroalimentari e tutela del Made in Italy. Sono alcuni degli argomenti che abbiamo affrontato insieme al Senatore Francesco Battistoni, Sottosegretario al Ministero delle Politiche Agricole, che ha concesso un’intervista in esclusiva all’Osservatorio economico e sociale Riparte l’Italia.
Sottosegretario Battistoni, grazie per la sua disponibilità. Cominciamo mettendo al centro il tema della ripartenza. La campagna vaccinale sta procedendo, le riaperture sono quasi totali. Quali sono le leve fondamentali per far ripartire l’Italia dal suo punto di vista?
“Per quanto riguarda l’aspetto sanitario, bisogna proseguire con la campagna vaccinale continuando a sensibilizzare i cittadini sull’importanza del vaccino e cercando di arrivare il prima possibile all’immunità di comunità che gli esperti stimano nel 90% della popolazione. Dal lato economico invece l’Italia è già ripartita. Secondo gli ultimi dati comunicati dal ministro Franco, il PIL dell’Italia nell’ultimo trimestre dell’anno dovrebbe crescere del 5,8%, una stima di crescita che ci pone fra i paesi più virtuosi dell’Eurozona. A giugno, fra l’altro, le esportazioni del comparto agroalimentare hanno registrato un aumento record di oltre il 23% con una proiezione in valore stimata in 50 miliardi nel 2021 su base annuale”.
Il PNRR sarà sicuramente una chiave determinante per guidare la ripartenza del Paese e l’approvazione da parte dell’Ecofin del nostro Piano con la relativa erogazione della prima tranche di 25 miliardi è stato motivo di orgoglio per tutto il Governo. Che impatto avrà il Piano sul mondo agroalimentare?
“Fra le sei Missioni del Pnrr la transizione ecologica e ambientale rivestono un ruolo importantissimo. I 6,8 miliardi di euro contenuti nel Piano, dei quali circa 3 dovranno essere investiti in economia circolare e agricoltura sostenibile rappresentano per l’Italia e per il settore, un’opportunità di sviluppo e di crescita fondamentale. Entro il 2030 gli stati membri dovranno raggiungere il 25% di coltivazioni bio e, parallelamente al raggiungimento di questo obiettivo, dovranno ridurre del 50% l’uso dei pesticidi e del 20% quello dei fertilizzanti.
I fondi potranno accompagnare questo processo dotando tutto il comparto di risorse che potranno essere investiste nella riduzione degli sprechi, nel fondo complementare per i Contratti di Filiera, nella riconversione green, nell’ammodernamento delle macchine agricole, nella logistica, nell’adozione di politiche sostenibili e a impatto zero, nel sistema irriguo e nelle tecnologie inerenti il biometano e il biogas. La capacità dell’Italia di saper indirizzare queste risorse ci permetterà di cogliere gli obiettivi del Green Deal europeo verso la sostenibilità ambientale e economica”.
A fine giugno è arrivato il via libera definitivo a livello europeo alla proposta di riforma della Politica agricola comune. Che impatti avrà sul nostro Paese?
“La pandemia ha reso evidenti le molte irrazionalità e differenze presenti non solo fra Stati ma anche fra i cittadini mostrando i divari che ancora persistono fra le diverse realtà territoriali. L’introduzione della nuova PAC 2023-2027 che dovrebbe avere il suo via libera il 1° gennaio 2023, ha l’obiettivo di colmare questo gap sostenendo una politica comunitaria a favore del comparto agricolo per un suo sviluppo equo, sociale, sostenibile e stabile. Per i prossimi anni l’Ue destinerà quasi il 32% del budget comunitario, con una dotazione di circa 387 miliardi di euro.
Per l’Italia, in aggiunta agli oltre 40 miliardi di fondi Ue saranno disponibili 11 miliardi di cofinanziamento nazionale derivanti dal Pnrr per oltre 51 miliardi di euro. È importante ricordare che il sostegno al reddito sarà l’elemento prioritario della Pac, che per il nostro Paese è pari a quasi 4 miliardi di euro l’anno da destinare alle aziende agricole. La nuova Pac dunque sarà uno strumento valoriale per la nostra industria agricola, per l’indotto e per l’economia”.
La pandemia ha stravolto le vite di tutte le famiglie e di tutte le imprese. Ora nella ripartenza non si possono più utilizzare i modelli precedenti, perché non più adatti al contesto attuale. In cosa deve cambiare l’impresa agroalimentare italiana, che pure rimane una delle eccellenze del nostro Paese?
“Deve sapere cogliere le opportunità fornite dell’Europa nel campo della transizione ecologica, della digitalizzazione e dei cambiamenti in atto. L’impresa agroalimentare italiana non deve stravolgere il suo know how, deve essere messa nelle condizioni di poter essere accompagnata verso il Green Deal 2050 con politiche che sappiano essere espansive e di progresso”.
Il Made in Italy è una delle principali leve su cui possiamo impostare la ripartenza dell’Italia, ma spesso ha bisogno di maggiori tutele. Ci sono indicazioni su questo fronte?
“Il nostro Made in Italy è ormai un brand internazionale che deve essere tutelato. In Europa ci sono proposte come il Nutriscore che rappresenta, insieme al fenomeno dell’Italian Sounding, un pericolo per le nostre eccellenze italiane e per la nostra economia. Come ministero e da parte di tutto l’Esecutivo c’è una presa di posizione netta su questi temi che non devono essere affrontati in chiave punitiva per l’Italia ma in un’ottica di tutela e di salvaguardia. I nostri prodotti hanno processi produttivi, qualitativi, di controllo e di filiera di assoluta eccellenza e non debbono essere confusi o falsificati con altri.
Non possono perciò trovare un semaforo verde logiche di massificazione di prodotto a discapito della qualità, della ricerca, della sostenibilità, della originalità e dell’eccellenza italiana. Le peculiarità che hanno reso e che rendono il nostro made in Italy un brand identificativo nel mondo e delle nostre filiere, non può essere svenduto per assecondare un’omologazione a nostro sfavore, col solo fine di favorire logiche economiche di massa al ribasso promosse da alcune multinazionali”.








