“Sfratto a Caracas, avviso di sfratto a Nuuk. La dottrina Donroe” – commenta Stefano Stefanini su la Stampa – “non perde tempo: prima il controllo del petrolio in Venezuela, poi il turno della Groenlandia.
Donald Trump sta ridisegnando i rapporti internazionali attorno a due assi: forza militare e risorse.
Il dilemma burro o cannoni è superato: bastano i cannoni per prendersi il burro.
Che altri abbiano provato e fallito non lo preoccupa.
Cina e Russia prendono tempo, per capire se convenga contrastare o approfittarne.
Gli europei mostrano qualche sprazzo di fermezza — sulle garanzie a Kiev e sulla Groenlandia — ma restano senza bussola nel mondo «governato dalla forza» teorizzato da Stephen Miller.
Un anno fa Europa e Nato pensavano di avere a che fare con un Trump transattivo.
L’“America first” è passata dall’isolazionismo del primo mandato a una versione interventista: perseguire gli interessi americani con tutti i mezzi disponibili, fermandosi solo davanti a una forza equivalente.
Che l’Europa non ha.
È una politica estera fatta di poche carote e molti strumenti coercitivi.
I dazi hanno piegato quasi tutti i partner commerciali; solo Pechino ha retto grazie alla codipendenza economica.
Ma Trump non è stato parco nemmeno nell’uso della forza: in meno di un anno ha lanciato più attacchi aerei di Biden in tutto il suo mandato.
Anche le “paci” negoziate rispondono a interessi prevalentemente economici.
Questo approccio guida ora la politica continentale nelle Americhe.
La molla è duplice: controllo delle risorse energetiche e contenimento della Cina in America Latina.
La cattura di Maduro e i ponti d’oro offerti alla sua vicepresidente hanno un solo nome: petrolio.
In Venezuela è caduto un dittatore, non il regime. A condizione di cedere la cassaforte petrolifera.
A Trump il ritorno della democrazia interessa poco. Molto il petrolio e le terre rare.
Se Rodríguez collabora, Washington metterà le mani sulle maggiori riserve mondiali di idrocarburi, ottenendo una leva decisiva su Cina e Russia.
Se non lo farà, l’intervento rischia di prolungarsi.
Mosca e Pechino osservano, calcolano. Anche gli europei aspettano, timidamente.
Meglio parlare poco di Venezuela, sperando che la tegola Groenlandia non cada.
Forse battendo un colpo latinoamericano: approvare l’accordo Ue-Mercosur.
Tanto per dire che ci siamo anche noi”.








