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[Esclusiva] «Questa è l’ultima occasione che abbiamo». Il focus sul Recovery Fund con Tesei, Cristadoro, Baldanza, Mauro, Massi, Profumo e Laporta

«Questa è l’ultima occasione che abbiamo».

La convinzione, uscita fuori dal panel “Recovery Fund, la sfida da vincere”, è chiara. L’occasione che l’Italia e l’Europa stanno per vivere si prospetta come l’ultimo treno da prendere per risollevare definitivamente le sorti del Paese e del continente. Di questo è molto altro hanno parlato Donatella Tesei, coordinatrice della Conferenza delle Regioni e Presidente della Regione Umbria, Andrea Baldanza, vice capo di gabinetto del Mef, Mario Mauro, presidente del Centro Studi Meseuro, Riccardo Cristadoro, Consigliere Economico della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Franco Massi, segretario generale della Corte dei Conti, e Francesco Profumo, Presidente dell’associazione delle Fondazioni e Casse di risparmio italiane e della Compagnia di San Paolo.

La tavola rotonda, moderata dal presidente dell’Ispra, Stefano Laporta, ha chiuso la Giornata evento, organizzata dall’Osservatorio Economico e Sociale “Riparte l’Italia”, a Bologna.

Secondo la Presidente della Regione Umbria, Donatella Tesei, sarà fondamentale, per sfruttare al meglio quest’occasione unica e irripetibile, coinvolgere il più possibile i “beneficiari diretti” degli investimenti che saranno fatti: cioè le Regioni e gli Enti Locali.

«Il Paese ha bisogno di progetti di ampio respiro, nell’interesse generale del Paese, che si ripercuotono poi sul territorio e quindi sulle Regioni. Stiamo discutendo sul ruolo delle Regioni, che tutte, a nome della Conferenza delle Regioni, vogliono fare la loro parte ma che non debbono avere un ruolo di attuatori di progetti. Ma devono avere un ruolo attivo nella creazione del progetto. La direzione che dobbiamo tenere è sicuramente quella di rimettere in moto il paese, colmando il gap infrastrutturale che all’interno del territorio italiano c’è tra le Regioni. Ma il coinvolgimento delle Regioni e degli Enti Locali è fondamentale ed è il lavoro che cerchiamo di fare. Non è volontà di protagonismo, ma spirito di collaborazione proficua, che dovrà darci un ruolo essenziale».

Dello stesso avviso il Consigliere Economico della Presidenza del Consiglio, Riccardo Cristadoro. Che individua nell’individuazione delle priorità, nel coinvolgimento di tutti gli stakeholders e nel monitoraggio e rapidità dell’attuazione dei progetti, i tre principi cardini per non disperdere dei soldi “vincolati da target precisi, entro il 2026”.

«Il Recovery si struttura tramite dei paletti molto chiari dell’accordo europeo: innanzitutto organicità e coerenza degli interventi. Non si può pensare a mille piccoli interventini diffusi per il Paese. Il secondo paletto sono le priorità e i fondi destinati a queste priorità. Ad esempio green e digital hanno un vincolo (il 37% dei fondi, cioè 78 miliardi, per il green) e (il 20% per il digital). Altro elemento importante è che l’Unione Europea pretende oltre all’investimento delle riforme. Veniamo da una crisi pandemica, divenuta economica. Veniamo da un’eredità di scarsa crescita, che dobbiamo risolvere. E quest’eredità deve essere colmata anche a partire da istruzione e ricerca, in modo da avere imprenditori, e non solo, formati e preparati per il futuro».

Ricorrente durante la giornata, il richiamo a un altro intervento massiccio di aiuti, come il Piano Marshall nel dopoguerra. Andrea Baldanza ha ricordato come quegli aiuti ricordino l’impianto del Recovery Fund. Ora, come allora, dovremo esser bravi a superare però i vincoli e la burocrazia, che molto spesso impantanano il nostro Paese.

«Non possiamo più permetterci i tempi lunghi impiegati nelle Opere Pubbliche, c’è bisogno di trovare un modo differente. Sarà importante coinvolgere gli Enti regionali, ma occhio al rischio del localismo, che farebbe perdere il senso di innovazione nazionale del Paese. Sarà fondamentale quindi spendere nei tempi e nei modi giusti questi soldi, per evitare che diventino debito pubblico e non più un aiuto. L’Expo 2015, con una società di scopo creata ad hoc, è stato un esempio. Ci deve essere un soggetto, una cabina di regia, che individui i progetti rispondenti da parte delle aspettative dell’Unione Europea e che abbia capacità di avocazione delle competenze, in caso di ritardo degli interventi prospettati. Occorre una riflessione collettiva da parte di tutte le parti chiamate in causa (enti, governo, società civile), per non disperdere un’occasione unica, rischiando di perdere un’occasione che potrebbe causare difficoltà nefaste al nostro debito».

Una sfida da vincere, ma che non è scontata. Lo ricorda il presidente del Centro Studi Meseuro Mario Mauro, che riporta come il procedimento per arrivare al piano Next Generation Eu passi soprattutto dall’approvazione del bilancio europeo 2021-2027.

«C’è bisogno prima di tutto di quell’approvazione, che è un aspetto da non sottovalutare. La partita è negoziale e le istituzioni italiane devono rimanere sul pezzo durante tutto il negoziato. È necessario uno sforzo di tutte le parti politiche. Non ha senso dividersi sul Recovery Fund, è fondamentale unire sensibilità istituzionale da parte di tutti proprio per l’importanza del negoziato. È una partita che si gioca tra 27 Stati, ma che nonostante il riconoscimento dell’ammontare, è tutto ancora da vedere».

Il punto di vista da cui ragiona Franco Massi è invece quello del cittadino comune, parte fondamentale del tessuto sociale. Basilare, per il segretario della Corte dei Conti, è il lavoro e un settore, che erroneamente è stato ignorato dai ragionamenti delle ultime settimane.

«Sento parlare in questi giorni di investimenti sul settore secondario e su quello terziario. Mi stupisce non sentir parlare del settore primario, l’agroalimentare e la ristorazione coprono il 25% del Pil. Durante il lockdown tutti quanti noi eravamo in difficoltà e ci trovavamo in fila al supermercato per comprare qualcosa da mangiare. C’è bisogno di una riflessione sull’importanza sul settore primario».

La chiusura è affidata all’ex-ministro dell’Istruzione Francesco Profumo, che si concentra sulla valenza europea e sulla fondamentale coesione tra tutti gli Stati membri. Che in questi anni si sono concentrati sulla concorrenza esterna, ignorando la concorrenza con gli altri Stati internazionali più grandi.

«L’Europa durante la fase del Covid ha evidenziato un elemento sostanziale: che un’Europa col mercato e la moneta unica non è più abbastanza. Ci siamo trovati come Europa per cui se ti manca un tassello, si blocca tutta la filiera. Uno dei motivi per cui c’è stata la spinta verso il NGEU è proprio riportare alcune filiere industriali in Europa. Filiere non solo materiali, ma anche immateriali. Come istruzione, ricerca, ma anche cultura. Che è unica e che mette l’Europa nelle condizioni  di competere non tra Paese e Paese ma con Stati Uniti, Cina e altri Paesi. Questa consapevolezza sta alla base di Next Generation Eu. Perché a differenza degli altri progetti precedenti, in questo caso c’è un progetto europeo comune. Cosa che in caso di progetti disarticolati non avrebbe l’effetto di un’Europa più competitiva, più equa, più efficace per la transizione ecologica e digitale. Questa è l’unica occasione che abbiamo».

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