Intervento di Guido Scorza, componente Garante per la protezione dei dati personali
L’ultima ad annunciare, nei giorni scorsi, 12 mila licenziamenti è stata Alphabet, la società che controlla, tra l’altro, Google, il motore di ricerca più utilizzato di tutti i tempi. Ma la notizia arriva dopo mesi nei quali annunci analoghi sono rimbalzati da quasi tutte le big tech.
Amazon e Microsoft, per cominciare dalle ultime in ordine di tempo, nelle scorse settimane, hanno dichiarato licenziamenti, rispettivamente, per 18 mila e 10 mila persone e sfogliando a ritroso il calendario, altrettanto, avevano fatto, nei mesi scorsi, Meta (11 mila), Salesforce (8 mila), Twitter (3.700), Tesla (6 mila) e tante altre.
Sono numeri – questi e quelli dei tanti altri licenziamenti registrati nel settore tecnologico tra la fine del 2022 e l’inizio del 2023 – che messi insieme raccontano di un’industria che ha tagliato oltre 170 mila posti di lavori in una manciata di mesi.
Una cifra che fa impressione e che non diventa più facilmente digeribile neppure se anziché guardare ai numeri assoluti si guarda all’incidenza percentuale della forza lavoro in questione sul totale delle persone impiegate nelle diverse società.
A prescindere dal caso Twitter – che, probabilmente, fa storia un po’ a sé in ragione dell’acquisto della società da parte dell’eclettico ed eccentrico Elon Musk – nella quale i licenziamenti hanno riguardato il 50% della forza lavoro, anche gli altri licenziamenti hanno inciso per percentuali niente affatto irrilevanti comprese tra il 6% e il 23%.
Sono numeri che naturalmente, anche in ragione della forte concentrazione temporale delle diverse decisioni aziendali, non consentono di archiviare il fenomeno come un improvviso momento di difficoltà delle bigtech e per la verità non solo delle big ne’ come il risultato della pure innegabile trasformazione in atto nel mondo del lavoro che, inevitabilmente, riguarda le stesse big tech che in parte l’hanno indotta: ci sono professionalità che servono sempre meno, complice la crescente digitalizzazione e automazione di talune attività e nuove professionalità richieste.
Ci si deve quindi chiedere quale sia la causa del fenomeno che stiamo osservando e che suggerisce che i diversi licenziamenti siano legati, probabilmente con poche eccezioni, da una sottile linea rossa.
La risposta non è facile anche perché non è da escludere e si tratta, anzi, forse dell’ipotesi più plausibile che quanto sta accadendo sia dovuto a una serie di concause.
Esistono forse due o tre ipotesi più verosimili delle altre.
La prima la suggerisce plasticamente il calendario, specie partendo dalla vicenda Alphabet che ha annunciato il taglio al personale da 12 mila persone a una manciata di ore dall’annuncio della causa intentata nei confronti di Google dal dipartimento della Giustizia americana e da otto Stati per violazione delle regole della concorrenza nel segmento di mercato relativo alla vendita di servizi pubblicitari agli editori di giornali online.
La minaccia – che rappresenta l’oggetto principale del giudizio – di una separazione delle attività in seno al gigante tra l’attività di indicizzazione e quella di advertising che, nei fatti, altro non è se non il corrispettivo della prima, oltre a generare uno scossone in borsa per i titoli di Big G (-1.4%), potrebbe aver determinato l’annuncio del taglio: se effettivamente la separazione si consumasse, i conti per Google difficilmente, nel breve periodo, tornerebbero.
E più o meno tutte le big tech negli ultimi mesi hanno avuto altolà analoghi da questa o quella autorità di vigilanza o regolamentazione in giro per il mondo.
Insomma una prima possibile tesi potrebbe essere che i licenziamenti sono in qualche modo conseguenza del giro di vite che innegabilmente si sta registrando su entrambe le sponde dell’oceano dopo il lungo periodo di sostanziale laissez faire nel quale il settore tecnologico è stato lasciato crescere con pochi e eccezionali richiami all’ordine e al rispetto delle regole.
Il Digital Service Act e il Digital Market Act – i due regolamenti europei da poco approvati e che rappresentano la punta di diamante di un intero pacchetto di misure europee sostanzialmente studiate e varate esattamente per richiamare all’ordine big tech – è fuor di dubbio che abbiano attivato in Silicon Valley una profonda riflessione sui modelli di business prossimi venturi almeno da questa parte dell’oceano rendendone inutilizzabili alcuni.
Basta leggere le parole di Margrethe Vestager, la commissaria europea più temuta in Silicon Valley: “Nessuna persecuzione delle big tech ma dobbiamo rendere il mercato digitale europeo più competitivo e stabiliremo obblighi stringenti per le più grandi al fine di garantire questo risultato”.
Difficile credere che in Silicon Valley queste parole suonino rassicuranti. E, per chiudere sugli elementi a sostegno di questa ipotesi, vale forse la pena ricordare anche la recentissima decisione dei Garanti europei per la protezione dei dati personali con la quale nella sostanza è stato detto chiaro a tondo a Meta che non può sostenere che gli utenti – sulle pagine di Facebook e Instagram – le richiedano di essere profilati e di ricevere pubblicità targettizzata e che quindi deve cercarsi nei prossimi due mesi un altro modello di business.
Mentre non si può porre questo giro di vite regolamentare sia sul versante delle nuove regole che su quello dell’applicazione di quelle preesistenti in correlazione sicura con l’ondata di licenziamenti è fuor di dubbio che esso ha ridimensionato le aspettative di profitto facile per l’intero comparto. Legata a questa ipotesi c’è poi una variante, probabilmente, non trascurabile.
Magari le big tech – e più in generale l’industry di riferimento – sta mandando degli avvertimenti all’indirizzo dei decisori politici, dei regolatori e delle autorità di vigilanza: se le corde regolamentari si stringono troppo, noi licenziamo e licenziamo tanto, creando problemi non di poco conto alle economie nazionali. Sarebbe un’assai poco originale strategia, in passato frequentemente adottata da comparti industriali decisamente meno innovativi di quello tecnologico del quale stiamo parlando.
Ma c’è anche un’altra ipotesi che in realtà la lettura in controluce dei numeri dei licenziamenti che perimetrano il fenomeno suggerisce. Dati alla mano e sfogliando il calendario a ritroso, balza agli occhi che più o meno tutte le società ora interessate dal fenomeno dei licenziamenti di massa nel corso degli anni della pandemia avevano assunto decine di migliaia di lavoratori per far fronte alla repentina e inattesa impennata della domanda di servizi digitali.
Ora che la bolla digitale da pandemia si è sgonfiata e che, in ogni caso, le organizzazioni aziendali si sono attrezzate a far fronte in maniera più efficiente ai nuovi livelli di domanda, forse, semplicemente, almeno in molti casi, il personale all’epoca assunto non serve più’. Insomma potrebbe trattarsi più della fine di un’illusione digitale che non dell’inizio di un incubo.
I dati a supporto di questa tesi non mancano. Tanto per fare qualche esempio, Apple che in pandemia non aveva proceduto ad assunzioni massicce non ha, ancora per il momento, annunciato licenziamenti significativi e se si guarda ai numeri della forza lavoro impiegata da un gigante come Microsoft, i licenziamenti ai quali sta procedendo (10 mila persone) sono decisamente inferiori al numero delle assunzioni alle quali ha proceduto tra il 2019 e l’inizio del 2022 (77 mila persone).








