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Ecco perché i giudici Ue hanno dato torto al governo sui balneari | L’analisi

Le proroghe automatiche per legge delle concessioni sono contrarie al diritto europeo e i giudici e le pubbliche amministrazioni, inclusi i comuni, sono tenute a disapplicare le leggi nazionali di proroga (sentenza 20 aprile 2023 in C-348/22). A chiarire definitivamente i due punti è La Corte di Giustizia dell’Unione Europea.

La conseguenza pratica immediata è che va disapplicato anche il decreto mille-proroghe che posticipa al 2024 (in alcuni casi al 2025) la scadenza per la messa a gara delle concessioni (art. 10-quater, dl n.198/2022). E diventa ineludibile un intervento normativo che metta in moto il meccanismo delle gare e ne fissi le regole. Il caso oggetto della pronuncia riguarda il comune pugliese di Ginosa che a fine 2020 aveva informato tutti i gestori balneari che le loro concessioni sarebbero state prorogate per le leggi di proroga (n.148/2018 e n.77/2020).

L’autorità antitrust aveva diffidato il Comune a dar corso alle proroghe, ribadendo l’obbligo di bandire procedure di gara. Di fronte al rifiuto del comune di adeguarsi, l’autorità aveva proposto un ricorso al Tar Lecce per far annullare la delibera. Il Tar aveva però ritenuto di interpellare la Corte di Giustizia ritenendo che la direttiva europea 123/2006 (cosiddetta Bolkestein) non poteva trovare un’applicazione diretta in Italia in quanto non auto-esecutiva, cioè non sufficientemente dettagliata. Il Tar inoltre dubitava che anche le Pa, inclusi i piccoli Comuni come quello di Ginosa, fossero obbligate a disapplicare norme nazionali contrastanti con il diritto europeo.

Il Tar si poneva così in contrasto con lo stesso Consiglio di Stato che aveva invece ritenuto immediatamente applicabile la direttiva e aveva chiarito che anche le amministrazioni sono soggette all’obbligo di disapplicazione. La Corte di Giustizia ha dato torto su tutta la linea al Tar Lecce ribadendo l’orientamento già espresso in una propria sentenza del 2016, fatto proprio anche dalla giurisprudenza della Corte costituzionale.

Del resto, poco più di un mese fa lo stesso Consiglio di Stato ha dichiarato contrarie al diritto europeo le norme contenute nel decreto mille-proroghe che devono essere “disapplicate da qualunque organo dello Stato”, (Sez. VI, 1 marzo 2023, n. 2192). Ma anche il presidente della Repubblica nel promulgare la legge ha espresso una critica pesante al Parlamento che, con un consenso trasversale, continua a ignorare le regole europee. Da qui l’invito a legiferare tempestivamente anche per garantire la certezza del diritto per le amministrazioni e per gli operatori del settore.

Dopo la nuova sentenza della Corte di Giustizia l’urgenza è ancora maggiore, anche perché contro lo Stato italiano la Commissione europea ha aperto una procedura di infrazione che potrebbe concludersi con una condanna pesante. D’altro canto, come sottolinea la Corte di giustizia, già da fine 2009, con l’entrata in vigore della direttiva Bolkestein, dovevano essere bandite le gare. Inoltre, ulteriori rinvii sine die non possono essere giustificati dall’esigenza di mappare le coste per stabilire se veramente si tratta di una “risorsa scarsa” che secondo il diritto europeo fa scattare l’obbligo di gara per la scelta di chi può utilizzarla.

Le amministrazioni sono tenute ad attivarsi rapidamente su questo versante. In realtà, le gare potrebbero essere bandite già domani, anche senza attendere una legge. Infatti, già nel 2021 il Consiglio di Stato, nel confermare la nullità delle precedenti proroghe ex lege, aveva indicato in una sorta di decalogo i criteri che possono essere inclusi nei bandi per assicurare la parità di trattamento e anche per tener conto delle aspettative legittime degli attuali concessionari al rimborso degli investimenti non ammortizzati (Adunanza plenaria n. 17 e n.18/2021). In realtà, per garantire una maggior certezza e omogeneità, un decreto-legge o almeno una circolare interpretativa sarebbero opportuni. È da chiedersi se ha senso continuare a disattendere regole chiare e certe.

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