Sul Messaggero Paolo Balduzzi indica le riforme strutturali a suo avviso necessarie per puntare in alto.
Riforme – scrive – che il legislatore conosce bene, che da tempo ha programmato, anche in legislature precedenti, ma che non ha mai avuto la forza, o in alcuni casi il coraggio, di realizzare.
Prima ci siamo convinti che tutto dipendesse dalla capacità o meno delle imprese di variare facilmente il ricorso al fattore lavoro.
La conseguenza di questo ragionamento, il Jobs Act, ha effettivamente stimolato positivamente l’occupazione ma ha avuto un impatto solo marginale, sempre che l’abbia avuto, sulla crescita economica.
Poi abbiamo capito che si avrebbe dovuto mettere mano all’invasività e pesantezza della burocrazia.
Ma ogni riforma posta sul tavolo, a partire da quelle che prevedevano una valutazione del personale, si è arenata.
E via di questo passo: gli eventuali incentivi fiscali, per esempio, sono stati utili ma troppo spesso hanno solo prolungato l’agonia di grandi aziende ormai sull’orlo del fallimento.
Oppure, al contrario, ne hanno beneficiato imprese di dimensione talmente ridotta da non riuscire a trasformarsi in moltiplicatore del red- dito e della produzione.
Certo, invece che sulla crescita dell’economia potremmo concentrarci sulla riduzione del debito.
Sarebbe di sicuro una scelta saggia, che ci permetterebbe di liberare risorse sul lato della spesa: ma, in questo momento, servirebbe un approccio davvero restrittivo che, economicamente e politicamente, sarebbe difficilmente sostenibile.
C’è ancora tempo, tuttavia: se non quest’anno, con una legge di bilancio ormai ben indirizzata dalle linee del Governo, almeno nel medio periodo: spingendo al massimo l’acceleratore sul Pnrr e, al contempo, sull’attività riformatrice.
Cambiare direzione, in fin dei conti, è solo questione di volontà.








