Record di povertà assoluta e di cittadini che rinunciano a curarsi in presenza di bisogno. Su Repubblica, Linda Laura Sabbadini commenta i dati Istat del 2024 che a suo dire raccontano due grandi criticità.
Cinque milioni e 700 mila persone vivono in povertà assoluta. Quasi 6 milioni di cittadini smettono di curarsi. La povertà alimenta la rinuncia alle cure, ma quest’ultima aggrava le fragilità sociali ed economiche. Due facce della stessa debolezza strutturale del Paese, segnali che dovrebbero guidare ogni scelta della manovra di bilancio.
Una delle misure più discusse riguarda la riduzione dell’aliquota Irpef dal 35 al 33%. Secondo le stime Istat, questa misura coinvolgerebbe poco più di 14 milioni di contribuenti, con un beneficio medio annuo di 230 euro. Ma fermarsi alla media sarebbe fuorviante, perché una riduzione di imposta, se non calibrata, può amplificare le disuguaglianze già esistenti. Stando alle valutazioni dell’Istat, infatti, oltre l’85% delle risorse derivanti dalla riduzione dell’aliquota Irpef finirà nelle tasche dei due quinti più ricchi delle famiglie.
Le più povere otterranno appena 102 euro l’anno, mentre le più ricche riceveranno oltre 400 euro. L’Ufficio parlamentare di bilancio segnala che i dirigenti riceveranno in media 408 euro, gli impiegati 123 e gli operai solo 23.
In un Paese dove i salari reali sono praticamente bloccati da trent’anni e la povertà assoluta ha raggiunto livelli record, dove l’inflazione ha colpito in modo più duro chi aveva redditi bassi, sarebbe stato necessario un intervento mirato a sostenere chi è più fragile, anziché ampliare il divario tra ricchi e poveri. Analogamente sulla salute. La rinuncia alle cure riguarda ormai quasi il 10% della popolazione, un aumento significativo rispetto al 7,6% del 2023 e ancora di più del 2019.
Le priorità dovrebbero essere chiare: sostenere chi è più fragile, garantire il diritto alla salute per tutti, assicurare che la povertà non diventi una condanna irreversibile.








