La mappa delle vertenze è da far tremare i polsi.
Sono oltre 100 le crisi industriali che Mario Draghi si ritrova ora sul tavolo di Governo.
Ieri mentre si votava la fiducia alla Camera da via Veneto salivano gli slogan e i canti dei 140 operai e operaie della Whirlpool arrivati da Napoli per chiedere un intervento sulla crisi della fabbrica di lavatrici che la multinazionale Usa ha deciso di chiudere.
Alternative credibili alla Whirlpool non se ne vedono, così come si stanno esaurendo gli ammortizzatori sociali nella stragrande maggioranza delle emergenze industriali del Paese, prefigurando forti tensioni sociali.
Il neo ministro del Mise Giancarlo Giorgetti ha convocato per oggi il tavolo sulla crisi della ex Ilva. E il cuore d’acciaio italiano è il banco di prova più impegnativo per il nuovo ministro, anche perché in ballo oltre ai 10.700 lavoratori c’è la tenuta di buona parte del sistema manifatturiero italiano rifornito dallo stabilimento di Taranto.
Dovrà affrontare la questione di petto, per di più con la complicazione della sentenza del Tar che ha ordinato lo spegnimento degli altiforni a Taranto.
Un verdetto contro il quale ArcelorMittal ha già fatto ricorso e che viene ritenuto, in ambienti governativi e aziendali, alla stregua di una sentenza “manifesto” che il Consiglio di Stato presumibilmente smonterà, visto peraltro che la ex Ilva sta rispettando i dettami ambientali dell’Aia, come racconta oggi Marco Patucchi su Repubblica.
Giorgetti già oggi dovrà dire se intende confermare il piano di rilancio dell’acciaieria più grande d’Europa disegnato dal tandem pubblico-privato Invitalia-Mittal e sancito da contratti siglati dallo Stato e dal gigante siderurgico franco-indiano.
“Così come dovrà risolvere in tempi brevissimi un altro caso che, prima della crisi politica, sembrava a un passo dalla soluzione: la nascita del polo nazionale dei compressori per frigoriferi, la ItalComp guidata (temporaneamente) da Invitalia che dovrà salvare due fabbriche storiche come la ex Embraco in Piemonte e la Acc in Veneto (700 lavoratori in tutto)” prosegue Patucchi nella sua analisi.
“L’incertezza seguita alla caduta del governo ha frenato le banche (Intesa, Unicredit, Ifis e Finint) candidate a finanziare e tenere in vita la Acc, con tanto di prestito garantito dalla Sace”.
“In Sardegna sarebbe in dirittura la riapertura della ex Alcoa, l’unica fabbrica italiana di alluminio primario (anche qui circa 700 addetti diretti), ma la svizzera SiderAlloys attende certezze su tariffe dell’energia e approvazioni ambientali”.
“A Piombino – racconta ancora Repubblica – altra storica capitale siderurgica italiana, ci sono duemila operai che vogliono capire se è confermato il supporto di Invitalia (ancora lei, la vera “nuova Iri”) al rilancio dell’acciaieria della indiana Jindal, mentre in Sicilia, a Termini Imerese, la fabbrica non si è mai ripresa dopo l’abbandono della Fiat: oltre 600 operai e un intero territorio sperano in una reindustrializzazione che salvi il loro orizzonte”.
“In Toscana i lavoratori della Bekaert (fili di ferro), sedotta e abbandonata dalla multinazionale belga, sognano di diventare padroni della fabbrica, ma il tempo passa e gli ammortizzatori sociali si esauriscono. Sono solo i casi simbolo del declino industriale italiano”.
Mario Draghi al Senato ha detto che «il governo dovrà proteggere lavoratori, tutti i lavoratori, ma sarebbe un errore proteggere indifferentemente tutte le attività economiche. Alcune dovranno cambiare, anche radicalmente».
È la transizione ambientale e digitale al centro dei piani del governo. Ma in attesa di una rivoluzione che avrà bisogno di anni, servono risposte immediate a tanti operai e imprese privati del futuro.
E così appare scontato che il Governo prolungherà il blocco dei licenziamenti, quanto meno per altri tre mesi. Per dar modo al nuovo ministro del lavoro Andrea Orlando di ridisegnare gli ammortizzatori sociali e le politiche attive per ricollocare i disoccupati.
In che modo attuarlo – selettivo, chiede Confindustria, o per tutti, spingono i sindacati – e per quanto tempo – proroga di tre mesi, fino all’estate o più – non è ancora deciso. Occorrerà far quadrare i conti, a partire dal decreto Ristori.
E la sintesi spetta al premier Draghi.








