Dopo molto strepitare, commenta su Repubblica Stefano Folli, l’esito più probabile è che l’Italia meloniana in Europa non ottenga il palcoscenico da essa desiderato in base a un notevole grado di autostima, ma nemmeno venga sospinta nell’isolamento più cupo.
Avrà un ruolo e un incarico di medio o buon livello, come si conviene a un Paese fondatore della comunità che tuttavia non è parte integrante della maggioranza tra popolari, socialisti e liberali (macroniani compresi) su cui si reggerà la nuova Commissione.
E si tratta di una soluzione di buon senso perché l’Italia non è un Paese secondario, come ha ricordato il presidente Mattarella.
Ma non è il riconoscimento che Giorgia Meloni auspicava, quando dopo il G7 pugliese e le elezioni del 8-9 giugno ha immaginato sé stessa come il nuovo perno degli equilibri continentali.
O quasi.
La nostra premier ha fatto leva sul suo temperamento e la sua volontà, senza peraltro sfuggire all’ambiguità di fondo che ne caratterizza il percorso sui sentieri dell’Unione.
Quando si esprime come presidente del Consiglio in carica riesce a offrire il meglio (linea coerente sull’Ucraina e la Nato, viaggi in Nord Africa, rapporto positivo con il vertice della Commissione e l’establishment di Bruxelles, idee controverse ma innovative sulla gestione dell’immigrazione); quando invece sceglie di parlare a nome del gruppo dei conservatori, si crea il cortocircuito.
Di fatto Giorgia Meloni arriva a Bruxelles come una sorta di Giano Bifronte.
Da un lato ha piegato il suo nazionalismo verso un sentimento europeista tiepido ma in apparenza solido.
Dall’altro è leader di un gruppo ostile all’Unione come si è formata negli anni.
È un’Unione carica di difetti, certo, ma non sembra che la polemica sovranista sia volta a migliorarla, semmai a paralizzarla.
Ne deriva che la premier dovrà prima uscire dall’ambiguità, se vorrà ottenere il riconoscimento che adesso le viene rifiutato.








