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Ecco il piano per rinnovare le concessioni idroelettriche | Lo scenario

L’allungamento delle concessioni idroelettriche è sul tavolo del governo.

È un argomento potenzialmente dirompente, perché si rischia di contraddire gli impegni assunti con Bruxelles nel Piano nazionale di ripresa e resilienza e perché divide la maggioranza, ma il ministero delle Imprese e del made in Italy (Mimit) e quello dell’Ambiente e della sicurezza energetica (Mase) stanno mettendo a punto una norma per rinnovare i titoli in scadenza a fronte di un predeterminato piano di investimenti.

Il provvedimento individuato, spiega il Sole 24 Ore, sarebbe un decreto legge sugli asset strategici e l’orizzonte temporale in questo momento è luglio.

Non è tuttavia un percorso in discesa, visto che lo schema di lavoro del Mimit, guidato da Adolfo Urso, esponente di Fratelli d’Italia, e del Mase, che vede al timone il forzista Gilberto Pichetto, dovrà superare le probabili obiezioni della Lega.

Proprio il Carroccio fu l’ispiratore della regionalizzazione delle centrali, inserita nel decreto semplificazioni del 2018, nel nome della valorizzazione per i territori montani di quello che Giancarlo Giorgetti, all’epoca sottosegretario alla presidenza del Consiglio e oggi ministro dell’Economia, definiva “il petrolio bianco delle Alpi”.

Il ritorno alla gestione statale, che pure era stato tentato da Fratelli d’Italia con emendamenti alla legge concorrenza del 2021, non sembra almeno al momento essere in campo.

Ma il rinnovo delle concessioni che si studia tra Mimit e Mase finirebbe comunque per vanificare in buona parte l’originario disegno leghista basato su gare regionali per le grandi derivazioni idroelettriche con l’obiettivo di spingere in particolare le società a capitale misto pubblico-privato.

Alla scadenza delle concessioni – oltre l’80% cesserebbe entro il 2029 – i titolari potrebbero beneficiare di un rinnovo legato alla rinegoziazione delle attuali condizioni in riferimento agli investimenti da effettuare e ai canoni da riconoscere alle Regioni.

L’allungamento dei tempi dovrebbe essere funzionale a mettere i concessionari in condizione di effettuare investimenti ritenuti necessari per la manutenzione e la messa in sicurezza delle centrali, il cui apporto al mix energetico nazionale è sempre stato cruciale e viene considerato dagli ideatori della norma ancora più strategico viste le forti incertezze in termini di approvvigionamento e prezzi legati alle quotazioni del gas.

Di strategicità dell’asset-idroelettrico aveva con chiarezza parlato il Copasir, il comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, all’epoca presieduto da Urso, in una relazione del 2022 in cui ricordava che la scelta dell’Italia di aprire le concessioni alla concorrenza con le gare rischiava di incidere fortemente sulla sicurezza delle infrastrutture e sull’autonomia energetica nazionale.

La via del rinnovo passerebbe per un meccanismo contrattuale, come riferito dal ministro Pichetto a margine del Festival dell’Economia di Trento, sulla falsariga del decreto “gas release” che garantisce alle aziende energivore forniture a prezzo calmierato.

Quanto alla durata dei possibili rinnovi, i ministeri valutano più opzioni, mentre le imprese punterebbero su un allineamento della durata delle concessioni ai livelli dei principali Paesi concorrenti in Europa (dai 30 anni delle piccole derivazioni in Francia ai 90 in Austria) anche per superare le difformità tra Regioni, con casi limite a 15 anni.

Tutte le valutazioni sulla norma allo studio devono però tenere conto del Recovery Plan.

Allo stato attuale, il Pnrr impone di “favorire l’assegnazione trasparente e competitiva delle concessioni, anche eliminando o riducendo le previsioni di proroga o di rinnovo automatico”.

Ed è sul filo dell’interpretazione, proprio in riferimento a rinnovi “automatici” o frutto di una rinegoziazione, che si gioca la partita per non incorrere in uno stop della Commissione Europea.

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