Angelo Panebianco sul Corriere della Sera parla del ‘mondo secondo Trump’: “In attesa dell’insediamento di Donald Trump il 20 gennaio come presidente degli Stati Uniti – scrive l’editorialista – tutti trattengono il fiato aspettando le sue prime decisioni (Ucraina, Medio Oriente, dazi, confronto con la Cina) destinate a condizionare la politica mondiale.
I più osservano che l’uomo è imprevedibile.
Ma una cosa sappiamo per certo. Con Trump arriva a conclusione un processo iniziato da tempo: una drastica ridefinizione dell’interesse nazionale americano.
Per decenni, dopo la Seconda guerra mondiale, l’interesse americano era stato declinato in chiave internazionalista: l’America si era posta alla testa di una vasta coalizione di Stati a cui offriva vari vantaggi (condizioni favorevoli alla libertà di commercio, protezione militare e altri benefici ancora), in cambio della accettazione della sua leadership.
Con Trump (ma i primi segnali si erano già manifestati all’epoca della presidenza Obama) l’interesse americano viene ridefinito in chiave nazionalista.
È semplicemente accaduto che il pubblico americano, a differenza di quanto aveva accettato per decenni, non è più da tempo disponibile ad assumersi gli oneri (si pensi al costo delle guerre di Afghanistan e Iraq) che sempre accompagnano gli onori riservati alla leadership”.
Citando i casi dell’Ucraina e, in prospettiva, di Taiwan, Panebianco aggiunge: “Come si vede, Trump numero 2 dovrà fare i conti con problemi con cui Trump numero 1 non si confrontò.
È possibile che questo nuovo scenario cambi, rispetto all’epoca della prima presidenza Trump, anche i rapporti fra la nuova Amministrazione e l’Europa.
E, dato tutto questo, l’Europa che farà, come affronterà l’era Trump?
Per molti versi l’Europa sembra «la bella addormentata nel bosco».
Le opinioni pubbliche europee paiono, in larga misura, ignare del fatto che il mondo sia diventato per noi assai pericoloso.
Essendo cambiato il mondo, difficilmente la presidenza Trump sarà semplicemente un déjà-vu, la ripetizione di quanto fece in passato.
Di sicuro, però, un elemento comune ci sarà.
Il passaggio dall’America internazionalista a quella nazionalista – conclude – significa che nessuno ha più diritto a pasti gratis.
Gli europei devono farsene una ragione”.








