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Ecco il difficile bilancio della Via della Seta | L’analisi di Fabrizio Galimberti

Si è aperto a Pechino il Forum della famosa ‘Via della Seta’, la ‘Belt and Road Initiative’ (BRI). Sono passati 10 anni da quando il presidente Xi l’aveva annunciata. In che cosa consiste, e quali sono i bilanci e le prospettive? La Cina è – e non da oggi – il Paese che possiede le più grosse riserve valutarie (anche senza contare Hong Kong).

Che farne? Xi aveva avuto l’idea, un decennio fa, di metterle a frutto politicamente. Di usarle per concedere prestiti al resto del mondo (“Il progetto del secolo’, lo definì Xi), per fare infrastrutture – porti, strade, ferrovie, centrali energetiche… –, specie a favore dei Paesi in via di sviluppo, ma non solo; così da oliare i trasporti internazionali e rendere più facile, e proficuo per tutti, il flusso di scambi da e verso il Celeste Impero. Guadagnandosi insomma la benevolenza e la riconoscenza dei recipienti dei fondi e offrendo nuovi modi e mercati di sbocco per la Cina: una nuova ‘Via della Seta’, che ricalca i viaggi di Marco Polo…

Questo progetto ha incontrato molte difficoltà. I soldi elargiti, sempre a titolo di prestito, sono stati spesso spesi in progetti che non hanno dato i risultati sperati, e i Paesi beneficiari sono caduti in una ‘trappola del debito’, non potendo restituire i soldi alla Cina. Poi è venuto il Covid, che ha fermato gli scambi, poi la pandemia in Cina ha portato a chiusure severe (con la velleitaria politica del ‘Covid-zero’). E l’uscita da queste chiusure, che erano risentite dai cinesi, è stata gestita male.

Così oggi l’economia cinese, invischiata in una profonda crisi del settore immobiliare, non è più quella di un tempo. In questi 10 anni la Cina ha fatto prestiti per circa mille miliardi di dollari, ma negli ultimi anni le erogazioni hanno rallentato: con molti debitori in sofferenza, la BRI si è girata verso progetti più modesti (‘piccolo è bello’). Dei Paesi del G7, l’Italia è stata l’unica ad aver aderito alla BRI, ma non ne ha avuto alcun frutto. Gli scambi sono andati tutti a vantaggio della Cina, e le esportazioni italiane verso il Celeste Impero sono cresciute molto meno di quelle francesi o tedesche, Paesi – la Francia e la Germania – che non avevano aderito alla BRI. Col che il Governo Meloni si avvia, a fine anno, a ritirarsi da quelle strade setose.

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