“Il cammino di Giorgia Meloni attraverso le proprie contraddizioni e quelle dell’Europa, in parte coincidenti, è arrivato al bivio definitivo”. Così Stefano Folli su Repubblica sottolineando che “dopo tanto peregrinare, la premier italiana è attesa al voto favorevole per Ursula von der Leyen, la presidente della Commissione vicina al secondo mandato. Giunti a questo punto, la premier Meloni ha già compiuto tre quarti del cammino che separa un’estrema destra anti-sistema da un’esponente conservatrice che non aspira a condividere la maggioranza al Parlamento di Strasburgo con i socialisti, né sarebbe mai da costoro accettata come partner.
Tuttavia è in grado di rappresentare un caposaldo conservatore, appunto, tale da rafforzare l’ala destra dei Popolari europei, anche come ante-murale rispetto agli estremisti tedeschi che sono, loro sì, una minaccia per il partito che fu della Merkel. FdI ha già pagato un prezzo rilevante per la sua trasformazione politica, peraltro ancora incompleta. E si capisce: il vero snodo della questione Ursula riguarda il voto degli italiani, ossia di Giorgia Meloni. È lei che governa una delle maggiori nazioni europee, ed è ancora lei che è nel pieno di un’evoluzione interna. Se si ferma, se si limita a un’astensione, secondo i consigli di una parte dei suoi, cosa ottiene? Niente. Non recupera il credito presso i suoi antichi soci.
Quei soci – osserva Folli – di cui lei stessa si è disfatta quando ha preso le difese dell’Ucraina contro le pressioni dei filo-russi ben presenti nel suo governo come pure nell’arcipelago delle destre europee. L’atlantismo coerente e professato ad alta voce, che ha sorpreso tanti e ha guadagnato a Giorgia Meloni la stima dell’amministrazione di Washington (versione Biden) è una scelta che richiede d’essere confermata con il voto per la Commissione.
E anche questo è un prezzo pagato, se si considera quanto fosse diffuso anche tra i Fratelli d’Italia un certo spirito anti-americano e anti-atlantico. In concreto, il voto favorevole a Ursula è l’unica strada logica di fronte alla premier. Sarebbe il primo approdo (non l’ultimo) dell’evoluzione conservatrice del partito e la sola opzione che consentirebbe a lei di avere un margine di manovra in Europa. In una fase di crescenti tensioni internazionali – conclude – l’Unione sa che non è tempo di ulteriori divisioni interne”.








