Marcello Gualtieri su Italia Oggi mette alcuni “punti fermi” sul tema lavoro: “La lettura della situazione dell’occupazione in Italia – scrive – è estremamente complessa.
Proclami trionfalistici così come visioni semplicistiche o catastrofiche non sono nell’interesse del Paese.
Provo a mettere alcuni punti fermi.
- Statisticamente viene considerato occupato chi svolge almeno un’ora di lavoro retribuito nella settimana in cui viene effettuata la rilevazione.
- Il numero degli occupati (nb: nel senso statistico sopra descritto) registra un trend in crescita anche se nei giorni scorsi Istat ha rivisto al ribasso i dati dell’ultimo anno, riducendoli di circa 120 mila unità.
La tendenza positiva persiste, ma è stata ridimensionata.
- Basarsi sul numero degli occupati per valutare la situazione dell’occupazione è fuorviante; servono almeno altri due dati: a) il numero totale delle ore lavorate nell’economia: nel 1° trimestre 2025 sono aumentate del 18% rispetto al 2021; b) il numero di ore lavorate da ciascun occupato, che invece sono aumentate solo del 3,7% nello stesso periodo.
Concretamente, quindi, credo che tra questi due dati si possa collocare una misura indicativa della crescita dell’occupazione nel periodo 2021-2025.
La incoerenza del dato a) con il dato b) e con la stagnazione del Pil è ciò che dovrebbe far riflettere.
Ma questi sono solo numeri da addetti ai lavori, ciò che conta – sottolinea Gualtieri – è avere un’occupazione con prospettive di stabilità, se non di crescita, e che consenta una vita decorosa.
Visto il Pil sostanzialmente stagnante, è difficile immaginare incrementi in termini di ore lavorate per ciascun occupato e la crescita modesta del Pil si riflette in salari stagnanti se non negativi in termini reali, cioè al netto dell’inflazione, particolarmente alta tra il 2022 e il 2023.
Sul punto, il salario minimo per legge mi ricorda tanto l’abolizione della povertà per decreto.
L’unico modo sostenibile per far crescere Pil, salari e produttività è un’occupazione ‘qualificata’.
Cioè nuovi occupati altamente istruiti e/o specializzati, che operano in settori ad alta intensità tecnologica o con valore aggiunto elevato.
Invece l’Italia investe meno dei suoi competitors in istruzione ed è agli ultimissimi posti tra i Paesi sviluppati per numero di laureati”.








