Quasi nelle stesse ore, Giuliano Amato e Mario Draghi sono intervenuti nel dibattito pubblico con particolare ampiezza.
Entrambi, spiega Folli nel suo editoriale su Repubblica, ricordano alcune coordinate di fondo del rapporto tra l’Italia, l’Europa e la comunità internazionale.
Le parole di Draghi sull’Ucraina e la responsabilità dell’Occidente hanno fatto tornare alla mente quel treno in viaggio verso Kiev, nel giugno del 2022, in cui l’allora premier italiano in compagnia del francese Macron e del tedesco Scholz rappresentava la dimensione europea; o per meglio dire, simboleggiava un’Italia capace di inserirsi nell’asse franco-tedesco già allora in crisi.
L’obiettivo era rivitalizzare l’intesa, si, ma al tempo stesso fare di Roma una sorta di garante del patto euro-atlantico.
E quello che Draghi ha ripetuto a Boston: la sconfitta dell’Ucraina avrebbe come conseguenza la disarticolazione dell’Unione e della Nato.
Giuliano Amato – prosegue Folli – affronta molti temi.
Al centro rimane il rapporto con l’Europa.
Suggerire a Giorgia Meloni di «rompere con Orbán» significa in sostanza sottolineare che l’Italia non ha la forza di costruire un’alternativa all’Unione così com’è, fondata sull’accordo tra popolari e socialisti con l’aggiunta dei liberali.
In altre parole, ecco la tesi, se anche il centrodestra ottenesse un significativo risultato alle elezioni europee del prossimo anno, non sarebbe in grado di gestire una nuova maggioranza al Parlamento di Bruxelles, troppe essendo le contraddizioni nel fronte conservatore, o meglio nazionalista.
Il che – conclude – esporrebbe l’Unione a rischiosi contraccolpi.








