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Diamo un nome ai nostri errori. E riconosciamo il valore della ridondanza dei beni essenziali

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Mentre si susseguono notizie sconfortanti dopo il lockdown, che ha tenuto gran parte del mondo in uno stato sospeso tra la paura di perdere la vita e quella di perdere tutto tranne questa, si rischia di non imparare – tesi tra l’ansia di ricominciare e lo sconforto del mondo meno certo in cui viviamo ora – la grande lezione che il virus SarsCov2 sta impartendo al modello economico e sociale occidentale.

Un modello che pur tra mille recenti scricchiolii (in primis a causa delle istanze ambientali e sociali) è parso ai più inevitabile ed insostituibile, spesso puntellato da provvedimenti tesi più a risolvere il susseguirsi delle “emergenze” invece che a raccogliere i segnali dell’esigenza di una nuova modernità, di un nuovo “patto sociale”, di un nuova coesistenza.

Ed eccolo, il Coronavirus, l’indesiderato e temibile promotore di una digitalizzazione invocata da anni ma mai realizzata, che in pochi mesi ha rivoluzionato i modelli di coworking, di comunità, e contemporaneamente ha dimostrato che la tecnologia crea opportunità e ne distrugge altrettante, e non c’è tempo per recuperare ciò che ha reso improvvisamente obsoleto, ed anzi è impellente volgere lo sguardo verso quelle frontiere diverse cui forse non avremmo mai guardato veramente se non fossimo stati costretti dall’inevitabile.

Nel mondo delle interrelazioni mondiali, dei trasporti veloci, del costante movimento centrifugo delle persone e delle cose, si affaccia prepotente l’esigenza di creare un futuro diverso, in cui globalizzazione e territorialità, remotizzazione e umanità, ottimizzazione economica e creazione di valore diffuso trovino quella sintesi che ci salvi non solo dall’arretramento, ma anche da un futuro rovinoso.

In questo frangente potrebbe essere utile cominciare a dare, come direbbe Oscar Wilde, “un nome ai nostri errori”, sapendo che qualsiasi nome daremo ad essi, significheranno comunque “esperienza”, e quindi rampa di lancio per fare meglio, per diventare davvero più moderni, per non tornare indietro.

La ridondanza non è sempre sinonimo di “spreco di risorse”.

Meglio del Coronavirus non avrebbe potuto spiegarcelo nessuno: i nostri nonni dicevano “perché basti per tutti ne deve avanzare”, e non serve spendere molte parole in più per applicare questo principio aborrito per decenni ad almeno due settori vitali della società attuale come la sanità pubblica e le reti digitali.

Nell’uno e nell’altro caso, economizzare in tempo “di pace”, cercare l’equilibrio più economicamente conveniente nell’ordinario significa perdere la capacità di reagire agl’imprevisti, creando disservizi e le ingenti perdite economiche e sociali derivanti dai provvedimenti in urgenza, quasi sempre scoordinati, poco efficaci e persino antieconomici!

Nel momento in cui la salute pubblica è diventata davvero questione di vita o di morte, la sanità basata sul modello “industriale”, che si è abituata a chiamare le cure “produzione”, e che si dà “budget” per ottimizzare economicamente un modello “privatistico”, si è trovata inerme di fronte ad un attacco massivo che non mina il benessere della popolazione, ma le sue aspettative di vita!

Ancora una volta, ciò che né la responsabilità contrattuale (basata sulle aspettative indotte nel paziente dal contesto sociale) né la L. 219/17 (quella susseguente alla cd “sentenza Englaro”, e che definisce il tempo di comunicazione con il paziente “tempo di cura”) erano riuscite a fare, pur rappresentando una precisa istanza della nuova modernità che incalza le nostre scelte, lo ha fatto Sars-CoV-2.

Questa è l’ora non di abbandonare un modello economico di sanità, ma di ridisegnare il posto che deve avere in sanità la precauzione, che è soprattutto la “pianificazione della ridondanza”, che produce sicurezza quando non succede nulla, e salvezza quando arriva l’emergenza: non si tratta di pianificare sprechi, ma di dare un posto preciso alla gestione del rischio “ignoto”, che altro non è che un rischio noto la cui incertezza sta solo nel dove e nel quando.

Ed ancora, il modello della logistica che batte (e abbatte) il magazzino basandosi sulla disponibilità di risorse economiche, dopo gli ondeggiamenti dovuto alle correnti ecologiste ed alle istanze di sostenibilità ha ricevuto la sua più plateale sconfessione proprio sui beni fungibili e di scarso valore.

Le mascherine, i disinfettanti e gli altri presidi a minor costo e di minor interesse produttivo sono diventati improvvisamente irraggiungibili, schiavi di una variabile non più collegata alla miglior offerta, ma alla loro irreperibilità!

Questo potrebbe essere il “de profundis” del modello “just in time”, ed insieme la dimostrazione che l’economia non può manovrare solo numeratori e denominatori del complesso rapporto tra domanda e offerta, tra profittabilità e capacità produttiva, ma deve necessariamente includere valutazioni di rischio complessivo e gradienti di strategicità: insomma, tra menù in rosticceria e capacità di replicare in ogni momento tutto ciò che serve in casa propria, come è avvenuto in tutte le famiglie italiane durante il lockdown.

La sicurezza produce valore, anche economico: saper reagire all’ignoto e al non conosciuto è una questione di mezzi e risorse esattamente come ogni altra skill che caratterizza il mondo attuale.

Mai come nell’epoca della fisica quantistica, della statistica che sostituisce fieramente ed efficacemente le immutabili certezze newtoniane il mondo occidentale si scopre nudo proprio sulla sua conquista scientifica più rilevante degli ultimi decenni.

Non sa reagire a ciò che non riesce a determinare.

Non molti mesi fa, un arresto di Cassazione riferito ai cosiddetti danni da “perdita di chance” citava un economista della prima metà del ‘900 per definire il valore di una compromissione della vita né certo, né probabile, ma possibile quantomeno sul fronte della speranza come “the measure of our ignorance”: una perfetta premonizione di quanto due mesi dopo sarebbe accaduto nel nostro mondo, ed insieme un incredibile (e forse involontario) richiamo ad uno studio che 70 anni fa aveva dimostrato che non era stato il “new deal”, ma la crisi stessa del ’29 ad aver creato innovazione!

Ed eccoci dunque tornati al punto di partenza: un sistema mondiale aperto, interconnesso, veloce crea valore nell’ordinario, ma contrariamente alle nostre illusioni non crea sicurezza in alcun ambito, rischiando anzi di diventare quell’amplificatore dell’ignoto di cui oggi ben percepiamo le onde nella nostra vita dell’era COVID19.

E se non serve demolirlo alla ricerca di qualche illusorio “mondo perduto” per diventare più solidi e sicuri, è senz’altro sempre più urgente cercarne superamenti piuttosto che correttivi, aggiungendo ed affiancando “nuovi” asset a quelli già presenti, e nuovi complementi alle nostre fragili certezze.

Non si tratta solo di riscrivere, ma anche di rileggere.

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