Alla ricerca della molecola di idrogeno perduta.
Se il traguardo fosse in vista, l’Italia sarebbe nelle posizioni di retroguardia nell’utilizzo di una delle tecnologie ritenute fondamentali per la transizione energetica europea al 2050.
Per fortuna l’Europa è ancora molto lontana dal raggiungere gli obiettivi prefissati.
E potrebbe esserci il tempo di rimontare il gruppo di Paesi che più di altri stanno investendo nell’utilizzo dell’idrogeno per la decarbonizzazione dell’economia e per l’abbattimento delle emissioni per i settori industriali energivori e nei trasporti.
Il perché l’Unione europea voglia puntare sulla tecnologia dell’idrogeno è presto detto.
È l’unico elemento chimico che durante la combustione produce vapore acqueo: per l’assenza di emissioni inquinanti, diventa fondamentale nella politica di riduzione di CO2, che ha come obiettivo produrre energia green per il 42,5% del totale già entro il 2030, per poi arrivare ad azzerare le emissioni entro i successivi vent’anni, si legge su Affari&Finanza di Repubblica.
All’interno della strategia di decarbonizzazione di Bruxelles, la tecnologia dell’idrogeno è centrale al pari delle rinnovabili tradizionali, cui è strettamente connessa.
La Ue vuole raggiungere entro il 2030 oltre 20 milioni di tonnellate di idrogeno.
E dev’essere idrogeno green, prodotto da eolico e solare, a differenza di quanto avviene ora, visto che deriva per la stragrande maggioranza dall’utilizzo di combustibili fossili, per lo più gas naturale.
Per questo motivo, secondo un report della banca d’affari Schroders, entro il 2050 “il 30% l’attuale domanda di elettricità sarà impiegata per la produzione di idrogeno”.
In buona sostanza, una grande opportunità per limitare le emissioni inquinanti, ma anche una leva senza precedenti per gli investimenti: lo stesso report indica in “2.000 miliardi di dollari le opportunità di mercato”.
Un’occasione su cui hanno scommesso una serie di Paesi europei: saranno “Spagna, Portogallo e Paesi nordici i centri di produzione del prossimo futuro, grazie soprattutto ai prezzi bassi dell’energia e alla forte penetrazione delle energie rinnovabili”.
Così come sarà centrale il ruolo della Germania, “destinata a diventare un importante centro di consumo non solo di idrogeno ma anche dei suoi derivati”.
Più conservativo il report di Deloitte sullo sviluppo del business: 642 miliardi di dollari all’anno di crescita del fatturato a livello globale per il 2030, per un valore di 1.400 miliardi al 2050 e la creazione di due milioni di posti di lavoro tra il 2030 e il 2050.
Una mole di investimenti necessari per dare impulso definitivo al settore: come ha segnalato nel suo ultimo studio sul tema l’Agenzia internazionale dell’energia, al momento la produzione di idrogeno deriva per il 65% da gas naturale senza cattura delle emissioni e un altro 21% da carbone (per lo più in Cina).
Nel 2022, poco meno di un milione di tonnellate è stato prodotto da idrogeno green, pari allo 0,7% del totale.
Ragion per cui la stessa Agenzia prevede che soltanto con il sostegno di incentivi statali sarà raggiunto il punto di pareggio, che assieme al calo dei costi delle rinnovabili necessari per la produzione di idrogeno, nonché alle economie di scala crescenti, consentirà al settore di autosostenersi e diventare competitivo anche senza aiuti dopo il 2030.
E gli aiuti di Stato stanno arrivando: dai programmi di sviluppo in Giappone e Australia, all’Inflaction Reduction Act dell’amministrazione Biden negli Usa per arrivare Fit-for-55 della Ue, le cifre messe a disposizione sono notevoli e stanno dando i loro primi frutti.
Alberto Dossi, presidente di H2IT (l’Associazione italiana idrogeno collegata a Confindustria) ha indicato nel 2023 “un anno di trasformazioni significative”.
Soprattutto perché la Ue ha messo a disposizione i primi 550 milioni per sostenere gli investimenti dell’idrogeno nei processi industriali, di cui la metà per le ragioni del Sud.
Fondi che verranno autorizzati per quei progetti che riducano le emissioni nei processi produttivi almeno del 40% e il consumo energetico del 20%.
Per recuperare il tempo perduto, il piano del Governo e dei settori interessati prevede la creazione di 54 Hydrogen Valley i cui lavori devono terminare entro il 2026: si tratta di utilizzare aree industriali dismesse in cui realizzare elettrolizzatori che producano idrogeno green da distribuire alle imprese.
Inoltre, l’idrogeno potrà essere utilizzato per il trasporto ferroviario, in modo da alimentare quella parte di rete che non è stata mai elettrificata e dove si usano ancora combustibili fossili.








