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Cresce l’export extra UE, cala il deficit energetico | L’analisi dell’Istat

L’Istat ha pubblicato la bilancia commerciale italiana a dicembre.

Numeri apparentemente neutri, come solo le statistiche sanno essere.

In realtà sintetizzano una storia molto interessante.

L’interscambio con i Paesi extra Unione Europea, infatti, cresce su entrambi i fronti: importazioni +4,3%, esportazioni +1,5%.

Numeri che non fanno fuochi d’artificio, ma dicono una cosa precisa: il commercio non si è fermato, nonostante guerre, dazi, elezioni, sanzioni, retoriche protezionistiche e un mondo che dall’inizio del conflitto in Ucraina vive in apnea.

Allungando lo sguardo su tutto il 2025 si vede che, l’export accelera ancora di più: +4,6% su base annua, un bel salto rispetto al -2,8% di novembre.

Le importazioni, invece, arretrano dell’1,2%.

Traducendo il linguaggio Istat nei termini dell’economia reale significa che vendiamo di più all’estero e compriamo un po’ meno, soprattutto energia.

Ed è da qui che comincia il nuovo racconto.

Il cuore dell’aumento mensile dell’export batte dove batte da sempre la manifattura italiana: beni strumentali (+3,7%), beni intermedi (+2,4%), beni di consumo durevoli (+2,4%).

Non profumi e cravatte soltanto, ma sistemi di automazione industriale, componenti, semilavorati, ovvero ciò che serve a produrre altro.

Il nocciolo duro della manifattura.

I beni intermedi, in particolare, sono la cartina di tornasole del ciclo economico: se crescono, vuol dire che qualcuno, da qualche parte nel mondo, sta ancora fabbricando qualcosa.

E se li compra dall’Italia, vuol dire che le nostre filiere — dalla meccanica alla chimica, dalla metallurgia alla farmaceutica— continuano a essere considerate affidabili, precise, insostituibili.

Magari costose, ma necessarie.

Meno bene i beni di consumo non durevoli (alimentari e bevande soprattutto) che calano del 2,2%.

Ma non è un dramma: è il segno di un consumatore globale ancora prudente, che rimanda la spesa quotidiana mentre il sistema industriale non rinuncia a investire in ciò che dura e produce reddito.

Il vero sollievo, però, arriva da gas e petrolio.

Il deficit energetico si riduce nettamente, passando da -5 miliardi a -3,5 miliardi.

Non è una vittoria, ma è una tregua.

E nelle guerre economiche, le tregue valgono oro.

Grazie a prezzi dell’energia meno nervosi e a una diversa geografia degli approvvigionamenti, l’Italia respira un po’.

E infatti l’avanzo commerciale con i Paesi extra Ue sale a 8,4 miliardi, contro i 6,9 miliardi dell’anno precedente.

Non è un dettaglio contabile: è ossigeno per la bilancia dei pagamenti, stabilità per il debito, credibilità sui mercati.

Poi c’è la mappa del mondo, che racconta più dei discorsi dei leader al G20.

L’export vola nel Sudest asiatico verso i Paesi Asean (+47,8%) e la Svizzera (+41,6%).

Cresce verso la Cina (+7,8%) e i Paesi Opec (+4,8%).

L’Asia produttiva compra, il Medio Oriente investe, l’Europa non Ue continua a essere un cliente chiave.

Dall’altra parte, però, arrivano i segnali di un mondo che si sta riorganizzando: calano le esportazioni verso Turchia, Regno Unito, Mercosur, Giappone e persino verso gli Stati Uniti (-0,4%).

Poco, ma abbastanza per dire che l’asse tradizionale dell’export italiano non è più scontato.

Washington compra meno per circa quattro miliardi, mentre noi compriamo molto di più: +61,1% di importazioni dagli Usa.

Energia, tecnologia, forse anche un pezzo di dipendenza strategica.

I dati raccontano un sistema economico che non corre, ma cammina.

E cammina perché sa produrre, trasformare, adattarsi.

L’Italia resta un grande esportatore in un mondo che parla di stop alla globalizzazione ma continua ad avere bisogno di catene internazionali del valore.

Magari più corte, magari più costose, ma ancora inevitabili.

Non è un miracolo.

È una specializzazione industriale costruita in decenni, spesso sottovalutata, a volte maltrattata, ma ancora viva.

Finché il mondo avrà bisogno di macchine, componenti, tecnologia “incorporata” nelle cose, l’Italia avrà qualcosa da dire.

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