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Così la Brexit ha favorito Milano | L’intervento

Intervento di Antonello Martinez, naming partner Studio Martinez & Novebaci e presidente Associazione Italiana Avvocati d’Impresa

Con il referendum del 23 giugno 2016 il popolo britannico votò 52% a 48% per uscire dall’Unione Europea della quale aveva fatto parte per oltre quarant’anni e il 31 gennaio del 2020 tale decisione si materializzava con la completa attuazione della Brexit.

La cosa strana è che tale evento sembrava irrealizzabile in quanto i leader dei tre maggiori partiti, i giornali riconosciuti quali i più autorevoli come Financial Times, Guardian e Times, ma anche la Confindustria britannica e le principali banche della City si erano palesemente schierate a favore della permanenza nell’Ue.

Dopo oltre tre anni dall’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea possiamo avere una chiara radiografia sul fatto che la scelta dei sudditi di Sua Maestà abbia portato delle positività o, al contrario, sia stato un evento negativo.

Si deve doverosamente premettere che è già cambiato il sentimento generale, anche alla luce di come stanno andando le cose.

Infatti, secondo un recente sondaggio pubblicato dal Guardian, ben il 58.5% della popolazione voterebbe ora per rimanere nell’Unione Europea.

Analizzare se il Regno Unito ha fatto bene o meno ad abbandonare l’Ue è ancora prematuro, ma allo stato attuale sembrerebbe che tale evento possa essere stato un vero e proprio harakiri.

Per esempio, la valutazione complessiva dell’Ufficio britannico di statistica nazionale è stata che le esportazioni di beni del Regno Unito sono diminuite complessivamente del 20% rispetto all’ultimo anno prima dell’uscita dall’Ue e lo stesso dicasi per le importazioni britanniche dai Paesi membri dell’Unione, calate di oltre il 25%.

Tra le altre evidenze oggettive, oltre a un incredibile aumento della burocrazia, basti pensare che, nell’accordo di cooperazione firmato a fine dicembre 2020, sono state introdotte una serie di barriere al commercio in relazione ai benefici forniti dal mercato unico dove, tra i vari punti da rispettare concordati tra Regno Unito e Ue, vi sono alcuni obblighi per l’esportatore inglese, il quale deve stabilire l’origine delle merci che devono essere esportate, in quanto solo quelle prodotte nel Regno Unito sono esenti dai dazi; dichiarare le esportazioni alla dogana e produrre licenze e certificati che dimostrino che il prodotto soddisfi le norme di sicurezza europee.

Altra evidenza incontrovertibile delle conseguenze di tale scelta referendaria è che il Paese si trova a dover affrontare una tanto allarmante quanto drammatica insufficienza di personale.

La Brexit ha infatti portato a una carenza di 330.000 posti, soprattutto nei settori della logistica e dell’accoglienza in generale.

Ma soprattutto il sistema sanitario nazionale ha risentito del deficit di personale medico, paramedico e infermieristico.

Ulteriore effetto evidente è il crollo degli studenti dell’Ue che si iscrivono alle università britanniche che a oggi si è già più che dimezzato, con un forte calo degli studenti provenienti da Italia, Germania e Francia con l’inevitabile conseguenza che le rette di tutte le università per i locali hanno avuto un incremento del 40% circa.

Non può inoltre essere trascurato il fatto che ad aver lasciato il Regno Unito sono anche alcuni tra i più ricchi banchieri della City, che adesso a Londra preferiscono soprattutto Francoforte, Parigi e Milano.

Non per caso, l’Autorità Bancaria Europea (Eba) ha certificato come il numero di banchieri che guadagnano un milione di euro o più all’anno sia aumentato di oltre il 40% all’interno dell’Unione.

Per quanto riguarda i riscontri che ho nel quotidiano del mio studio legale, le domande di avviare delle società a Milano che sino a prima dell’uscita dall’Ue avevano la sede principale a Londra sono almeno triplicate ed ecco perché egoisticamente non posso che dire: viva la Brexit.

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